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Emergenza Coronavirus. Ho visto il mostro con gli occhi miei. Rosario, OSS: “il sole sembra aver fretta di sorgere, la primavera è giunta senza disturbare, tutto è fermo, immobile, irreale”.

Con gli occhi miei. Parole di un OSSDa qualche giorno il sole sembra aver fretta di sorgere ed il mattino si presenta prima del solito. La primavera è arrivata ma non vuole disturbare, probabilmente è anche per questo che da qualche giorno le temperature sembrano riportare a tratti al pieno inverno.

La cosa che fa più impressione, quel che più mi disarma, nel percorso che compio per arrivare da casa all’ospedale è il silenzio.

Un silenzio Penetrante, che cerco di eludere con l’aiuto di Spotify. Sfiorivano le viole è quella che per ora ascoltò di più.

Arrivo, timbro e da quel momento in poi so che dovrò dare il massimo, nel minor tempo possibile e con l’adeguata efficienza.

Nell’aria oramai poco fredda di metà aprile, si aggira quest’ospite inquietante che ha invaso il nostro cervello e in alcuni anche i polmoni. La vita di un operatore sanitario oggi è qualcosa di estremamente surreale perchè abbiamo preso confidenza con quel nemico da cui tutti scappano.

Abbiamo appena terminato il giro notturno e l’orologio della stanza adiacente alla guardiola, dove prendiamo le consegne, continua il suo imperituro ticchettio con le lancette ferme allo stesso numero romano di sempre.

Il reparto si chiama Covid. È uno dei tanti reparti Covid di Bologna strutturato con una zona pulita dove si può stare quasi tranquillamente; e una sporca, dove puoi entrare solo “bardato”.

Inizia il turno e di solito le anime più virtuose si fanno avanti per cominciare l’esecuzione delle prassi nell’ala più rischiosa e che richiede estrema attenzione.

Messa la mascherina si procede con il resto della vestizione.

Non di rado capita che il collega fuori dall’area di degenza ti dia una pacca sulla spalla come per incoraggiarti.
Poi entri e i campanelli che io definisco volgarmente “allarmogeni” cominciano ad alternarsi fino a diventare un unico rumore infinito.

Quando entri nella bolla, o zona rossa, cominci pensare alcune cose che aiutano a trovare un senso a tutto ciò visto che la professionalità lasciata a se stessa a volte non basta.

Cerco di pensare a mio padre il meno possibile, mi intenerisce.

Qualche notte fa una chiamata ha anticipato la sveglia : “portami una fialetta di Muscoril !” Era una collega con un forte dolore alla schiena e nella mia testa ancora non del tutto sveglia cominciarono ad accavallarsi parole pensate a metà del tipo “autocertificazione, polizia, Conte, Decreto” pesanti come un carro armato della Wehrmacht che cercava invano di velocizzare l’avanzata nel mio cervello innevato.

Presi lo zaino e ci misi dentro il farmaco, per il resto era totalmente vuoto.

Pensandoci bene avrei potuto dire che stavo andando a lavoro, la verità più o meno.

Riuscii nell’impresa percorrendo a piedi circa tre km in poco più di venti minuti.

Ma a dir la verità forse non necessitavo neanche di scuse da inventarmi semmai mi avessero fermato.

Il ritorno è stato una favola visto che Bologna era tutta mia e sentivo di potermela prendere con una mano, forse con due.

Il Covid sta facendo diventare romantici anche i pezzi di pietra.

In questi giorni sto vicino a persone che vorrebbero vedere il figlio per paura di non farcela, che piangono coniugi morti, che mi danno la forza di andare avanti quando sgranano gli occhi dalla gioia solo perchè gli dimostri che sei disposto a stargli vicino, qualsiasi cosa accada.

Oggi tutti stiamo scoprendo cosa significhi essere un sanitario. Passa la notte e si i fanno le sette.

Tornando a casa sento dei brividi sulla schiena che mi fanno pensare a tutte le volte in cui sono entrato col dubbio che mi mancasse qualcosa addosso, che la FP2 fosse messa in in maniera errata, che quel colpo di tosse improvviso della paziente che stavamo trattando forse aveva fatto breccia nel mio sistema immunitario.

Ogni sintomo dal nulla diventa un interrogativo esistenziale.

Avevo semplicemente sonno per fortuna.

E poi alla fine torneremo, ognuno a casa nostra, con in mano un pugno di niente che dentro te si fa sentire e una storia addosso difficile da spiegare.

Saremo nelle nostre spiagge la sera e torneremo più italiani medi di prima, come piace agli italiani, anche a quelli che oggi fanno i colti.

Fare i colti di inverno e in quarantena è molto più facile.

Oppure non succederà nulla di tutto ciò, e troveremo i nostri amici che ci guarderanno con aria schiva, come se ancora il trauma del virus non fosse passato e tu eri li, dentro quella bolla, eri l’eroe cazzo! Eri tu che venivi osannato e ora… ora come Argo che ringhia ad Ulisse solo perchè vecchio e irriconoscibile o come Penelope che è già andata a letto con tutti i Proci.

E li, caro mio Ulisse, potrai dire che Itaca non ti ha dato nulla e che forse sarebbe stato meglio se non fosse mai esistita.

Ma sbaglierai perchè se non ci fosse stata Itaca tu quel viaggio non l’avresti mai fatto.

Konstantinos Kavafis insegna nella sua straordinaria poesia “Itaca” che tutti dobbiamo avere un sogno, uno scopo, una meta nella vita.

Presto torneremo a casa.

Rosario Mendola – OSS