Pubblicità

Un Infermiere è stato vittima nel 2017 a suo dire di cyber-bullismo e ora denuncia il suo gruppo di aguzzini, capitanati da un noto presidente OPI. Chiederà 2 milioni di risarcimento danni per la tranquillità perduta e per gli attacchi di panico legati ad una presunta Sindrome post-traumatica da stress correlabile direttamente alle aggressioni su Facebook.

Un Infermiere sui cinquant’anni denuncia di aver subito atti di bullismo su Facebook nel 2017 e ha presentato una apposita denuncia con relativa richiesta di risarcimento danni ad un numero imprecisato di colleghi, tra cui un Presidente di OPI attualmente in carica. L’uomo ha chiesto in totale 2 milioni di euro di risarcimento danni per attacchi ricevuti mediante social-network. Nella giornata dedicata al bullismo non potevamo ignorare questa storia, che presentiamo nella sua più infima crudezza. Il problema non riguarda solo gli adolescenti, ma anche chi è più in là con l’età e può provocare danni spesso irreversibili, che si possono riversare anche sugli Assistiti. In questo caso parliamo di “Cyberbullismo adulto“.

Cos’è il Cyberbullismo adulto? Fatta eccezione per quello fisico tutti gli altri esempi di bullismo sono perpetrabili soprattutto via via internet. Nelle mani del bullo o dei bulli la Rete diventa un megafono per amplificare la portata dei suoi comportamenti violenti.

Eppure gli Infermieri sono nati per prendersi cura di chi sta male, non per massacrare i suoi simili.

I latini parlavano di “Homo homini lupus“. L’uomo è lupo dell’uomo dicevano e avevano perfettamente ragione, anche se non conoscevano i pericoli che sarebbero sopraggiunti con l’invenzione del World Wide Web.

Gli Infermieri, come ribadiamo in un altro servizio, sono nati per prendersi cura e per assistere con metodo scientifico chi sta male e ha bisogno di aiuto, non certo per aggredire e dissacrare il prossimo, fisicamente e virtualmente.

Infermieri e assistenza sanitaria: dalla preistoria ai tempi moderni.

Quali sono i sintomi del disturbo post traumatico da stress.

Il disturbo post traumatico da stress o disturbo da stress post traumatico – si legge sul portale delle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva – si manifesta in conseguenza di un fattore traumatico estremo, in cui la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. Eventi come ad esempio, aggressioni personali, disastri, guerre e combattimenti, rapimenti, torture, incidenti, malattie gravi.

La risposta della persona comprende paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore.

L’evento traumatico viene rivissuto persistentemente con ricordi spiacevoli ricorrenti e intrusivi, che comprendono:

  1. Immagini, pensieri, o percezioni, incubi e sogni spiacevoli.
  2. Agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando.
  3. Disagio psicologico intenso all’esposizione verso fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
  4. Reattività fisiologica o esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
  5. Evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale.
  6. Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno.
  7. Irritabilità o scoppi di collera.
  8. Difficoltà a concentrarsi.
  9. Ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme.

L’insorgenza del disturbo post traumatico da stress può intervenire anche a distanza di mesi dall’evento traumatico, e la sua durata può variare da un mese alla cronicità, per questo si rende necessario trattare immediatamente e profondamente il disturbo.

Trattamento Psicoterapeutico del disturbo post traumatico da stress.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress può essere affrontato clinicamente in più modi, poiché rientra nella categoria generale dei Disturbi d’Ansia per i quali la psicoterapia cognitivo comportamentale ha sviluppato molteplici mezzi ampiamente efficaci.

Scopo della terapia cognitivo-comportamentale è aiutare il soggetto ad identificare e controllare i pensieri e le convinzioni negative, identificando gli errori logici contenuti nelle convinzioni, le alternative di pensiero e di comportamento più funzionali e vantaggiose in relazione all’evento traumatico vissuto. Alcune tecniche utilizzate sono:

  1. L’esposizione: utile per ridurre le situazioni di evitamento.
    Il soggetto viene invitato a rivivere l’avvenimento nella propria immaginazione e a raccontarlo al terapeuta.
    La procedura di esposizione si pone l’obiettivo di permettere al paziente di percepire e valutare in modo “controllato” l’oggetto della propria paura. Questo metodo, se graduale, consente al paziente di riappropriarsi di quelle funzionalità sociali e quotidiane che ha perso a causa dei rilevanti evitamenti dovuti ai sintomi acuti dell’ansia ed alla sindrome di ansia anticipatoria. Nel progettare ed effettuare le esposizioni deve essere ben spiegato il significato di tali procedure e quindi ricercare la piena collaborazione del paziente ed eventualmente di un suo familiare.
  2. Ri-etichettamento delle sensazioni somatiche: la discussione concreta sulla natura di diverse sensazioni favorisce una categorizzazione ed una più realistica adesione ad un modello dei sintomi di ansia come effetti della sindrome da stress. La possibilità di discutere con il paziente delle cause dei singoli sintomi, con eventuali esempi anche calibrati sulle comuni esperienze della vita quotidiana ha la funzione di normalizzare e “decatastrofizzare” la condizione soggettiva del paziente.
  3. Rilassamento e respirazione addominale: le tecniche di rilassamento e di educazione respiratoria sono uno strumento “sotto controllo” del paziente, il quale può utilizzarle quotidianamente ed in modo autonomo per alleggerire la tensione e lo stress.
  4. Ristrutturazione cognitiva: il soggetto può essere aiutato a riconoscere i propri pensieri automatici e spontanei legati all’evento traumatico, pensieri che spesso sono intrusivi, rapidi ed istantanei.L’allenamento nel percepire i propri pensieri ed i propri atteggiamenti è molto importante in quanto attraverso questa procedura il paziente si rende consapevole di come effettivamente modifica il proprio stato emotivo. Da tale abilità deriva anche il successivo lavoro di revisione e modificazione delle assunzioni generali. Attraverso questo lavoro il soggetto può modificare i propri schemi a favore di spiegazioni alternative più realistiche, adattive e concrete. Un ruolo di rilievo è costituito dal lavoro con i familiari (o con un familiare) attraverso il quale è possibile non solo ottenere la collaborazione per eventuali coinvolgimenti diretti in procedure di esposizione dal vivo, come esposto più sopra, ma è utile anche avere una collaborazione nella gestione delle relazioni in casa.
  5. EMDR: la desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (Eye Movement desensitisation and reprocessing) è una nuova tecnica messa a punto da F. Shapiro nel 1989. Si basa sulla scoperta che alcuni stimoli esterni possono essere particolarmente efficaci per superare un grave trauma. In particolare, l’esecuzione di alcuni movimenti oculari da parte del paziente durante la rievocazione dell’evento permette di riprendere o di accelerare l’elaborazione delle informazioni legate al trauma.
  6. Homework: un altro aspetto importante è quello delle procedure da attuare tra una seduta e l’altra, i cosiddetti “compiti per casa” o homeworks. E’ utile insistere sulla necessità di attuare i compiti in quanto molto spesso il lavoro progettato ha un senso preciso ed il suo risultato è necessario per la continuità del trattamento. Gli specifici compiti sono progettati in collaborazione con il paziente e consistono frequentemente in diari di registrazione di elementi-bersaglio, o diari di automonitoraggio, o in schede di analisi delle cognizioni associate agli eventi.

Il trattamento di questo tipo di disturbo necessita l’azione di un terapeuta cognitivo-comportamentale, che aiuti ad assimilare il trauma fino alla scomparsa dei sintomi.

Il referto.

Come redazione di AssoCareNews.it siamo in possesso di un documento (abbiamo cancellato le parti che possono far risalire all’accusatore e agli accusati) che parla apertamente di attacchi di panico e di sindrome da stress post traumatico. Il collega cinquantenne, a quanto pare, si è rivolto al Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche della sua città ottenendo una prima diagnosi di certezza. Ci ha impiegato quasi tre anni per accettare di avere un problema e che quel problema era strettamente correlato a quanto accaduto nel mondo Infermieristico (mediante i social-network) nel 2017 in occasione delle elezioni per i rinnovi degli allora Collegi Provinciali IPASVI, poi divenuti Ordini delle Professioni Infermieristiche qualche tempo dopo con la Legge 3/2018.

Il referto che possediamo in originale fa riferimento ad atti di bullismo perpetrati da Infermieri nei confronti di un Infermiere. Uno di questi ricopre attualmente l'incarico di presidente OPI.
Il referto che possediamo in originale fa riferimento ad atti di bullismo perpetrati da Infermieri nei confronti di un collega. Uno degli accusati ricopre ancora l’incarico di presidente di OPI.

In un precedente servizio ricordammo proprio l’intervento dell’attuale presidente della Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI), Barbara Mangiacavalli, sul suo profilo Facebook con cui nel 2017 si redarguiva alcuni soggetti relativamente a squallide azioni di cyber-bullismo e di denigrazione sul noto social-network.

Fu una acerrima guerra tra più parti che mise in mostra il peggio della professione, con picchi di violenza senza precedenti messa in atto solo per il gusto di sentirsi più forti e per sopraffare l’altro. Fu anche la prima volta che per le elezioni degli organi provinciali infermieristici furono impiegati così massicciamente i mass-media e i social-network.

Qui in basso riportiamo la presa di posizione di Mangiacavalli del 2017.

Elezioni Ordini Infermieri 2020: non si ripeta quanto accaduto sui social-network nel 2017.

Gruppo d’azione perfettamente organizzato.

Per chi ha dimenticato quanto accaduto nel 2017 ricordiamo brevemente che a fare da regista rispetto alle azioni di violenza perpetrate mediante social-network nei confronti di colleghi fu un presidente di un noto Ordine delle Professioni Infermieristiche, lo stesso che aveva creato un sodalizio con cui, grazie anche all’azione di un gruppo organizzato e di appositi profili Facebook fasulli, denigrò in maniera scientifica gli avversari e tutti coloro che osavano condannare le aggressioni verbali e scritte. Chi dissentiva veniva bannato per sempre e costretto all’isolamento social (altra forma di bullismo e di violenza e testimonianza diretta di non rispetto dei minimi dettami della democrazia e del confronto).

Solitamente per questo genere di cose i reati si prescrivono dopo 7 anni e 6 mesi, pertanto ne sono passati appena 3 dai fatti contestati e ora il presidente e il suo gruppo di amici o ex-amici rischiano un processo civile altamente costoso. Non è escluso quello penale.

Non sarà l’OPI a rispondere per gli eventuali reati dei privati.

Niente paura per gli iscritti a questo OPI. Infatti, non sarà l’Ente a risarcire l’Infermiere per l’eventuale danno subito (sempre che vinca la causa), ma i singoli individui che si sarebbero resi colpevoli di reato.

La riflessione.

Quanto fatto da questo Presidente e dai suoi amici di merenda è avvenuto sotto gli occhi di tutti e nessuno può far finta di non sapere. Lui si ricandiderà per il prossimo mandato e da un paio di anni si è messo “in attesa”, sparendo quasi del tutto dai social-network fino a ritornarvi qualche mese fa, con la piena podestà del gruppo di cui dicevamo. Il suo entourage non esiste praticamente più, ma esistono ancora i danni che ha creato, che ora si rendono evidenti anche mediante referti medici.

Ora lui si fa paladino del rispetto delle regole del Codice Deontologico degli Infermieri, ma non ha ancora chiesto pubblicamente scusa a tutti coloro che hanno subito i suoi attacchi. Sarebbe un modo semplice per auto-riabilitarsi ammettere che si è sbagliato. Lo farà mai? Abbiamo i nostri dubbi.

Quello che ha combinato non è tutto, però negativo, perché anche grazie al suo comportamento la FNOPI ha completamente riscritto il Codice Deontologico degli Infermieri del 2019, inserendo in alcuni articoli il puntale riferimento agli attacchi via social e via mass-media.

Codice Deontologico Infermieri 2019: testo, articoli e capi

Nuovo Codice Deontologico Infermieri punta su corretto utilizzo di comunicazione e social-network.

Il suddetto Codice Deontologico può essere inteso anche come retroattivo? Per alcuni giuristi si, per altri no. Intanto resta la speranza che questo modo di fare sia per sempre tramontato.

In conclusione: perché nascondersi? Forse perché si è vittime indifese del potere imperante.

Se questo processo si farà o meno si vedrà, intanto fa specie verificare che per difendersi dagli abusi ci si debba nascondere, così come espressamente richiesto dal nostro interlocutore, che ha paura di uscire allo scoperto. Basta evidenziare che dal 2017 ha addirittura paura di aprire il suo profilo Facebook, perché ha timore di ritrovarsi di nuovo di fronte a ciò che ha sempre definito una “monnezza“.

Chi vuole riflettere rifletta…