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Infermiera domiciliare racconta: il lavoro dentro alla tuta, la gente per strada che ti filma mentre fai i tamponi a domicilio. Emozioni e sogni di una giovane infermiera ai tempi del Covid-19.

Ci vestiamo e si ride… la paura a volte fa ridere, smorza il tempo, abbatte il caldo e l’idea di quello che succederà.
Chiudo la cerniera bianca e monto in macchina, anche oggi una lunga lista di nomi, ieri pomeriggio li ho chiamati tutti, adesso quei nomi son persone.
Accendi la macchina e si parte, è un quotidiano ormai a cui non ti abitui, ti ascolto mentre mi dici che sei stanco, dormi male ti svegli in continuo, ridendo mi dici che fai gli incubi sulla consegna dei campioni, sorrido ma conosco quella sensazione passo la notte a pisolini, ho paura di non svegliarmi per la tensione.

Il tempo che dedico a preparare tutto minuziosamente, il problema di non avere risposte alle domande, i miei che ormai non vedo da mesi, il vivere in una casa a metà, il chiedermi se sto facendo la cosa giusta.

Ho scelto di fare l’infermiera in un momento che vagavo a vuoto con il bisogno di affermarmi in qualcosa, di trovare un posto anche per me, dopo un fallimento e una manciata di domande.

Ho scelto di essere infermiera con il tempo, all’inizio credevo che l’unica realtà fosse l’attivo, l’emergenza.. poi ho scoperto la differenza tre essere medico e infermiera… una nozione semplice c’è chi cura e chi si prende cura e su questo concetto ho fondato la mia realtà.

Educazione, rispetto e chiarezza sono le basi di una corretta presa in carico, nessun parolone può spiegare un concetto semplice, la paura del paziente finisce quando comprende e se non finisce sicuramente gli da sicurezza è l’ignoto che non da scampo, che lascia spazio al disagio, all’ira e a quello stato reale di abbandono.

Ecco, io mi trovo in un momento della mia carriera dove i miei semplici principi sono abbattuti, non posso dare risposte, non ho chiaro il percorso e mi sento solo un operaio e non un professionista.

Ho paura, il mio modo impeccabile di organizzarmi vacilla e allora cadono i fiammiferi del mio piedistallo.

Il caldo della mascherina, occhiali, camici,cappucci, in macchina spesso fanno chiudere gli occhi, questi 25 gradi non ti fanno bere o forse è la paura che non fa bere, questo ancora non mi è chiaro so solo che si parla, ci si lamenta, si dice che va trovato un modo poi si scende, si va da un paziente, si rimonta in macchina e la sete è magicamente sparita e dell’acqua se ne può fare a meno, non se ne parla nemmeno piu, doppi guanti, tampone, distanza, non appoggiare nulla, non toccare nulla, non ti sfregare gli occhiali che ti cadono sugli occhi, non toccarti la mascherina e l’elastico del cappuccio che pizzica con il sudore… non pizzica più.

Ti costruisci uno schema mentale, passaggi da ripetere, chiedo da quale paziente ci dirigiamo, controllo il numero, lo chiamo per dirgli che stiamo arrivando, gli spiego perchè si deve far trovare sulla porta, attacco, spruzzo i guanti di disinfettante, ci metto sopra il secondo paio, trovo la scheda del paziente, preparo la busta del suo tampone, intanto la macchina scorre paesaggi mozzafiato, pensare che prima di questa situazione stare dalla parte del passeggero mi faceva venire la nausea anche se guardavo avanti ferma immobile, adesso potrei anche ballare il chachacha è incredibile quanto il corpo si adatta all’esigenza.

Ho imparato a sorridere nonostante la maschera, credo che se sorrido la persona che ho davanti se ne accorga e si senta accolta, ci si guarda, per lui sono impenetrabile, per lui è il mio lavoro, io lo guardo e spesso ringrazio di avere mascherina e occhiali per non far trapelare le mie emozioni.

Lei su quel filo dove una mattina ti svegli con l’idea di essere indistruttibile e che fai il lavoro migliore del mondo e la mattina dopo sei sbattuto e credi che forse fare l’avvocato era la soluzione migliore e i tuoi te lo dicevano.

Il tuo stato d animo è ondulatorio e va di pari passo alle situazioni che ti si pongono davanti, ti trovi un minuto prima insultato e il minuto dopo esaltato, il minuto prima accolto e il minuto dopo trattato da appestato, tu devi solo rimanere saldo, cosciente, sicuro di quello che sei, ci si dimentica che sotto la maschera da carnevale che siamo costretti a portare per proteggerci c’è pelle, occhi, cuore.

I paesi sono ancora pieni di gente, tu passi silenzioso con la macchina tutti ti guardano e vorresti solo aprire il finestrino e gridare:- non siamo in un film! Stai a casa è tutto vero se non stai a casa puoi ritrovarti nelle condizioni che un giorno ti venga a suonare alla porta-, ma la gente ci filma con i cellulare, ci indica come se quello che rappresentiamo fosse lontano da loro, a loro non succederà, non succederà mai.

Mi arrabbio spesso, mi giro dall’altra parte, infilo la testa a cercare i guanti, la penna, me stessa in qualche angolo della macchina, si fa due battute, si alza la musica, si va avanti.

Noi siamo realtà purtroppo non c’è nessuna immaginazione.

“sai oggi mi fai il tampone, non mi importa è ugualmente la giornata piu bella della mia vita, mio fratello esce dalla rianimazione dopo 3 settimane ce l’ha fatta, torna a casa” quel fratello suo diventa il tuo, ti emozioni, le labbra sotto lo schermo si contraggono, vorresti abbracciarla, il cuore esulta, la guardi, percepisci la gioia nonostante le barriere, percepisci la vita.

Ritorni in macchina che ha nuovamente un senso quello che fai, un tuo fratello torna a casa, una tua sorella e una tua mamma sono in preda alla gioia, ha vinto lui, hanno vinto loro e abbiamo vinto anche noi.

Quando ero studentessa sognavo l’educazione sanitaria, ho sempre amato l’idea dell’approccio attivo con le persone, una persona informata è una persona salvata, educazione, prevenzione le basi della sanità, mi immaginavo che far capire l’importanza di gesti alle persone potesse rendere tutto più gestibile.

Io ti informo tu diventi un cittadino libero di decidere correttamente.

Volevo andare nelle scuole, fare riunioni cittadine, poi mi trovai davanti alla burocrazia, i miei sogni diventarono carte da riempire, parole da trovare, società da formare… rinunciai.

Ora dentro questa macchina, con il caldo che mi sta gocciolando sulla fronte ho deciso che da grande farò questo a costo di montare su un panchetto con un megafono e parlare a nessuno.

Da grande mi occuperò dell’educazione sanitaria.

Educare, tirar fuori che bella parola, tirare fuori, ti scoppia il cuore basta pensarlo, do ciò che so a te per tirare fuori qualcosa di ancora più grande, perchè lo scopo principale è che l’allievo diventi migliore del maestro, se questo gioco funziona tutti abbiamo vinto.

M.G., Infermiera.