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Coronavirus: Infermiera racconta da dentro la strage in RSA. Tra incompetenza, approssimazione e priorità al risparmio.

Coronavirus: la cronaca italiana racconta un realtà apocalittica all’interno delle strutture sanitarie private.

A metà aprile circa si contano tra gli ospiti di queste strutture oltre 7000 vittime (poco meno di 1/3 di quelle totali italiane) e sono già numerosi gli interventi di commissariamento o sostituzione nella gestione da parte del Servizio Sanitario pubblico a scapito di quello privato.

Un castello di carte (o meglio banconote) che è crollato al primo agente stressante, seppur consistente, come questa epidemia.

Abbiamo intervistato una coraggiosa collega che si è messa a disposizione per raccontare da dentro una delle strutture colpite: cosa è stato fatto, cosa non è stato fatto e sopratutto cosa è stato scelto di non fare.

Lo racconta in esclusiva ad AssoCareNews.it ma seguirà deposizione alle autorità competenti.

Gentile collega, grazie per volerci raccontare una delle verità più crude di questa epidemia. Puoi dirci innanzitutto a che titolo parli?

Sono infermiera, lavoro da circa 3 anni in una delle RSA colpite. Ho 29 anni ed ho un master in risk management.

Puoi raccontarci come si è evoluta la situazione del Coronavirus nella tua RSA?

Verso metà febbraio sapevamo tutti che in Italia sarebbe arrivato il virus. Stavamo solo aspettando. La nostra struttura è in una delle città italiane più importanti e di richiamo internazionale.

Perciò quando è apparso il primo contagiato siamo scattati in allerta noi infermieri. A inizio marzo la situazione si stava espandendo e stava per arrivare nella nostra città.

Abbiamo quindi chiesto aiuto alla coordinatrice e al responsabile del rischio clinico, che abbiamo capito essere una nomina fittizia.

A metà marzo, con i casi positivi arrivati in città e in fase di proliferazione, abbiamo chiesto un intervento.

Che interventi avete chiesto alla struttura?

Prima di tutto la sicurezza dei pazienti. Dividere in nuclei, non farli entrare in contatto fra loro. La stessa cosa per il personale, raddoppiando gli spogliatoi e usando pure obliteratrici diverse.

Mancavano DPI ma ancora se ne trovavano online da alcuni privati.

Permettere al personale di dormire negli spazi ricreativi che quindi diventavano aree inutilizzate perchè sospese le attività.

E anche altro.

Cosa vi è stato risposto?

Innanzitutto la cosa più vergognosa è stata la risposta sui DPI: “COSTANO TROPPO”.

Abbiamo utilizzato le maschere chirurgiche poi neanche quelle e messo le mascherine-swiffer.

Sulle disposizioni organizzative (divisioni in nuclei sia di ospiti che di personale) ci è stata anch’essa negata per non “allarmare i parenti”. Abbiamo le prove scritte di questo rigetto.

Neanche quando sono iniziati i tamponi dell’Azienda (15 positivi su 16 nella prima tranche di risultati) hanno cambiato niente.

Alla luce del tuo master, qual’è stato l’errore più grave?

La scelta di portare avanti il bilancio rispetto a tutto è grave ma l’errore più importante e viziato dalla stupidità è stato quello di sottovalutare il virus.

Lo abbiamo trattato come un virus da contatto e se ci pensate tutte le prime misure lette sui giornali erano intese così.

Quando abbiamo realmente capito cosa comporti un virus a contaminazione aerea, era troppo tardi.

Sono morti una ventina di ospiti e ne sono altri che moriranno per incompetenza e approssimazione. Qualcuno dovrà pagare per questa strage.

Grazie alla collega e complimenti per l’alto livello di onestà. Denunciare non è mai facile.