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Emergenza Coronavirus. Elisa, Infermiera in un noto carcere italiano : “qui spaventa sia il COVID-19, sia la violenza dei detenuti; agenti troppo permissivi, ci ordinano cosa dare ai carcerati, siamo ormai all’assurdo”.

Una Infermiera sarda, Elisa (nome di fantasia) ci contatta per raccontarci cosa sta accadendo all’interno e all’esterno del Carcere in cui lavora. Lo fa chiedendo l’anonimato, perché ha paura, perché ha il timore di essere richiamata o, peggio, di subire violenze. Noi racconteremo quello che ci ha detto e quello che secondo il suo dire accade all’esterno e all’interno di un noto carcere in Sardegna, dove i detenuti sono aggressivi e gli agenti di polizia penitenziaria troppo permissivi.

“Sono ormai tre lustri che lavoro in trincea e che sto valutando lo stress lavoro-correlato, sono una Infermiera di vecchia data, non giovanissima – ci spiega Elisa – da sempre la nostra professione significa inginocchiarsi e attivarsi perché tutto funzioni bene, ci occupiamo di funzioni superiori, ma ci trattano da inferiori; e questo anche in carcere, dove siamo schiavi dei detenuti e terrorizzati anche dagli agenti carcerari, che fanno il loro dove, ma che spesso non capiscono qual è il nostro ruolo in un luogo di detenzione. Poi ci sono i cosiddetti supervisori, che se ne stanno belli tranquilli ad osservare, ad osservarci, a richiamarci quando gli pare e piace”.

“Ieri son stata presa a parolacce per aver impiegato più tempo del solito nel somministrare la terapia ad alcuni detenuti, poco più di un centinaio – aggiunge la nostra interlocutrice – rimproverata da un Agente che deve tutelarmi, che non riesce a capire che anche io, come lui, come tutti qui dentro, sono terrorizzata. Impaurita per il COVID-19, ma anche per le rivolte dei giorni scorsi. Nessuno ci appoggia a noi Infermieri, sono anni ormai che chiedo di essere spostata da qui, anche per cambiare aria. Conosco tutto e tutti qui dentro, anche dal punto di vista clinico e patologico. Ricordo le compresse e gli altri farmaci a memoria prima di somministrarli, sono sempre gli stessi, non cambiano mai. Il Medico li prescrive e poi dimentica di stopparli, è compito nostro verificare sempre tutto e se qualcosa ci sfugge alla fine ci rimette sempre il detenuto”.

E non è tutto: “anche le persone, gli Agenti, i Supervisori, i Detenuti, i colleghi Infermieri di cui avevo stima mi hanno deluso in questa fase, ognuno pensa a sé, tutti isolati, tutti terrorizzati da un nemico, il Coronavirus, che qui è più presente e pressante che all’esterno; qui si è terrorizzati sul serio, i carcerati vengono a flotte in Infermeria e chiedono il nostro aiuto; un colpo di tosse, una febbricola, un mal di denti, una diarrea che prima erano cose normali oggi non lo sono più, tutti pensano di essere infetti, piangono di notte, piangono di giorno”.

“Noi Infermieri che prestiamo la nostra opera nelle carceri italiane siamo gli ultimi professioni sanitari d’Italia, nessuno parla di noi, in TV, sui giornali, nelle radio e sul web – conclude Elisa – forse perché agiamo sui reietti, forse perché ci occupiamo di chi ha sbagliato, forse perché se muore un detenuto interessa proprio a pochi. Eppure queste sono delle persone, sono degli esseri umani come me, come voi che state leggendo ora questa testimonianza. In una sezione detentiva, lo ripeto, tutti hanno paura, tutti hanno il diritto a piangere e a disperarsi, anche gli Agenti che oggi ci trattano male, ma che in fondo temono per loro e per le loro famiglie, hanno timore di portare a casa un Virus che chissà come è entrato in queste carceri. I detenuti sono nervosi, non possono vedere i loro cari, sono vietati tutti i colloqui, non possono telefonare. Tra le patologie maggiori in carcere troviamo le cardiopatie, l’AIDS, il Diabete, i disturbi psichiatrici, ma anche le dipendenze da droga, gioco e alcool. E’ una sorta di reparto di Medicina, Psichiatria e Malattie Infettive condensato in un unico ambiente. Ne approfitto per dire a quell’agente che ieri mi ha rimproverata: stavo facendo il mio lavoro, anche se sono lenta ho finito 10 minuti prima dello scadere del mio smonto, per cui la prossima volta prova a sorridere invece di inveire, anche perché sono una donna e sono una Infermiera”.

La situazione in Sardegna all’esterno del carcere.

Dall’inizio dell’emergenza Covid la Sardegna si è distinta per il numero di operatori sanitari risultati positivi al virus: 133, pari al 27%.

In videoconferenza con i giornalisti, l’assessore regionale della Sanità Mario Nieddu ha illustrato la diffusione nelle province: in testa c’è Sassari-Olbia con 106 tra medici e infermieri colpiti (32%), segue Nuoro con 14 (25%), Sud Sardegna con 4 (19%), Città Metropolitana di Cagliari con 9 (11%), zero casi invece tra i sanitari a Oristano.

Sul totale dei contagiati, il 4% (20) è ricoverato in terapia intensiva, il 20% (92) sempre ricoverato ma non in terapia intensiva, il 76% (350) si trova in isolamento domiciliare.

Nieddu ha anche precisato la ripartizione delle nuove assunzioni in sanità: su 559 totali, 255 (46%) sono infermieri, 140 medici (30%), 148 Oss, 8 ostetriche, 7 tecnici di laboratorio, 4 biologi.

Il presidente Christian Solinas ha fatto il punto sull’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuali, tamponi e kit di test rapido.

La protezione civile nazionale che sinora aveva lasciato inascoltate le richieste della Sardegna, ha mandato 1.200 tamponi. Arrivate 450mila mascherine chirurgiche ordinate dalla Ras.

Frutto di donazioni sono invece 18.300 mascherine del tipo FFP1, 3.500 del tipo FFP2, 65400 chirurgiche, 430mila guanti in lattice, 2200 tute protettive.

Su ordine della Regione sono arrivati oggi 100 kit diagnostici.

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