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Infermieri, Professionisti Sanitari, OSS e Amministrativi sotto stress: datori a processo!

Infermieri, Professionisti Sanitari, OSS e Amministrativi sotto stress: datori a processo!
Infermieri, Professionisti Sanitari, OSS e Amministrativi sotto stress: datori a processo!

Sono sempre più le aziende chiamate in tribunale dai lavoratori.

Stress e Burnout sono patologie e sindromi che racchiudono al loro interno diverse problematiche di fondo, che possono dare origine a disturbi fisici e psichici anche gravi. Sono sempre di più gli Infermieri, gli Infermieri Pediatrici, le Ostetriche, gli OSS, gli Amministrativi e i Professionisti e Tecnici sanitari e Socio-Sanitari che si rivolgono al sindacato o a studi legali per vedersi riconoscere la malattia professionale. Nella stragrande maggioranza dei casi lo fanno perché sottoposti a continue vessazioni e imposizioni del datore di lavoro e degli immediati superiori. E’ il caso, per esempio, del processo a carico di Ettore Sansavini, 75 anni, presidente della società “Maria Cecilia Hospital spa” di Cotignola (RA).

Il processo a suo carico ha preso il via nei giorni scorsi. L’imprenditore è accusata da una ex-lavoratrice di non aver preso in considerazione la sua malattia professionale (durata 339 giorni prima dell’auto-licenziamento). Si tratta di una donna di 43 anni di Lugo (RA), difesa dall’avv. Alessandra Cavina, che si è presentata davanti al giudice Beatrice Marini e al pubblico ministero Silvia Ziniti per spiegare l’accusa di vessazione e di danno indotto.

La donna spera nel riconoscimento della malattia professionale per lesioni colpose attribuire ad una stretta collaboratrice dell’imputato. Il legale ha chiesto un riconoscimento economico di quasi 300.000 euro per danni permanenti che hanno denotato una invalidità pari al 20-25%. In più lo stesso avvocato ha chiesto 100.000 euro di indennizzo per evidenti ripercussioni, a suo dire, sulla dell’ex-dipendente, soprattutto dal punto di vista familiare.

Il danno non è stato creato direttamente dal Sansavini (che resta il datore di lavoro, ovvero la persona che oggettivamente non poteva non sapere), quanto da una sua stretta collaboratrice e referente, la stessa che per anni ha avuto nei confronti dell’accusante un ruolo “egemonico” e una “leadership abusante e punitiva”. I fatti 

Nel decreto di citazione a giudizio – si legge in un servizio a firma del collega Andrea Colombari edito sulle pagine del Resto del carlino – in particolare è stata inquadrata la figura di una collega della 43enne, sua diretta superiore, con ruolo definito «egemonico» e con «stile di leadership abusante e punitivo» che come tale avrebbe indotto nella lavoratrice «insorgenza della patologia di disturbo dell’adattamento» con sintomi già a partire «dal febbraio 2014» e riconosciuta quale «malattia professionale nell’agosto 2016» al reparto di neuropsicologia professionale-medicina del lavoro di Milano. Del resto si sarebbe creato un clima «penalizzante, critico, ipercontrollante e mai collaborativo».

In tutto questo, Sansavini è stato tirato in ballo in qualità di datore di lavoro: e come tale – prosegue l’accusa – avrebbe violato la norma sulla prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Ovvero non avrebbe valutato in maniera adeguata il rischio da stress da lavoro tanto più che i due documenti che affrontavano l’argomento – uno del giugno 2011 e l’altro del febbraio 2016 – sarebbero stati formulati senza coinvolgere i lavoratori o loro rappresentanti. E comunque non sarebbero stati applicabili né ai dirigenti né alla coordinatrice diretta superiore della 43enne.

«Sono stata assunta nel 2002 a tempo indeterminato – ha esordito la donna – dopo un contratto di formazione. Prima ero centralinista e poi sono stata spostata in diversi uffici». Il 10 agosto scorso «mi sono dimessa per giusta causa: prima ancora avevo fatto due anni di congedo parentale e uno di malattia: tra una cosa e l’altra, sono a casa dal giugno 2015». Per quanto riguarda la coordinatrice, «ufficialmente era la referente», anche se «aveva la mia stessa qualifica: decideva tutto lei».

Per quanto riguarda la qualità del proprio lavoro, la 43enne ha precisato di non avere «mai avuto contestazioni disciplinari» e che, pur avendo partorito tre figli, «sono rimasta al lavoro fino al settimo o all’ottavo mese». In occasione della frattura di una gamba, «tornai a lavorare con le stampelle». Nella sua audizione, andata avanti per quasi tre ore, ha descritto tutti i comportamenti della coordinatrice che per l’accusa le hanno provocato la malattia professionale. Prossima udienza a metà settembre.

Fonte: Il Resto del CarlinoAssoCareNews.it

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