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Nell’ambito della rubrica “Book – Libri & letture“, diretta dall’Infermiere Giovanni Maria Scupola, presentiamo un volume di Khaled Hosseini. Ecco “Mille splendidi soli“, Piemme, collana “Pickwick”, 2014.

Il titolo trae spunto da una poesia di Saib-e-Tabrizi, poeta persiano del ’600. La poesia è citata nel corso del romanzo dal padre di una delle protagoniste, Laila, e poi anche da lei stessa: i versi sono riferiti alla città di Kabul.

«Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri».

La trama.

Laila è una ragazza molto istruita e molto bella, ha solo quattordici anni quando rimane sola al mondo perché un razzo distrugge la sua casa di Kabul uccidendo i suoi genitori. I fratelli maggiori, di cui lei conserva solo un vago ricordo, sono morti da tempo combattendo contro i Sovietici. Tariq, il ragazzo tanto amato, è partito per il Pakistan e le ha lasciato in eredità un figlio appena concepito. Per evitare al bambino che nascerà la povertà e l’emarginazione, Laila accetta allora di sposare un uomo molto più anziano di lei, Rashid, che ha già una moglie di nome Mariam che non è mai riuscita a renderlo padre.

Per Laila non è facile vivere accanto ad un uomo reazionario e violento, che la costringe ad indossare il burqa, la umilia e la picchia. È ancora più difficile per lei che per Mariam, perché Laila è cresciuta in una famiglia di persone colte e moderne.

Mariam invece è una harami, una figlia illegittima originaria di Herat: a causa delle sue origini ha vissuto l’infanzia e la prima adolescenza nella solitudine e nell’emarginazione e poi, per evitare scandali, ha dovuto accettare di sposare Rashid e di trasferirsi a Kabul, centinaia di chilometri lontano dalla sua città natale.

Inizialmente i rapporti tra Mariam e Laila sono molto tesi, ma in seguito nasce tra loro un sentimento di solidarietà e di affetto che le aiuta a sostenere meglio, per quanto possibile, la vita con Rashid. Mariam vede in Laila una figlia, la figlia che non ha mai avuto, e anche la possibilità di un riscatto, per aver tradito, tanti anni prima, sua madre Nana. E Laila trova in Mariam un affetto materno che non ha mai conosciuto, perché sua madre, traumatizzata dalla partenza e poi dalla morte dei figli maschi, l’ha sempre trascurata.

Infine le due donne si ribellano a Rashid fino alle estreme conseguenze: questo consente a Laila di cominciare una nuova vita; per Mariam, invece, ciò non sarà possibile, ma la sua eredità vivrà in qualche modo attraverso l’opera di Laila e di Tariq.

Le vite di Mariam (nata nel 1959) e di Laila (nata nel 1978) si collocano sullo sfondo dei tragici avvenimenti della storia afghana degli ultimi cinquanta anni: dal regno di Zahir Shah, al governo del presidente Daoud, all’invasione sovietica, alla ribellione, all’affermazione del regime dei talebani, alla sconfitta dei talebani da parte delle truppe americane. Il romanzo cita le tante etnie e le tante lingue che compongono l’Afghanistan e descrive i conflitti infiniti tra i gruppi etnici, le devastazioni, la povertà, le violenze. Soprattutto, attraverso le storie di Mariam e Laila, Hosseini racconta il destino particolarmente duro delle donne afghane, il loro difficilissimo percorso di emancipazione, promosso in particolare dai Sovietici.

Si rivela un romanzo drammatico e che fa riflettere il lettore sulla condizione della donna e sui soprusi che, purtroppo, molto spesso è costretta a subire a causa di sistemi politici e di credenze religiose che non le considerano “persone”. Nonostante ciò insegna a non perdere mai la speranza e a lottare per la propria dignità e libertà.

“Questa vita che ci impone di sopportare dolore dopo dolore anche quando abbiamo superato ogni soglia di sopportazione.”

Una denuncia che grida che tutti hanno diritto a sognare, a scegliere la propria strada, ad amare.

Martina Dorini, LaAV – Lecce.