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Oggi parliamo di “Bartleby lo scrivano“. Un capolavoro di Herman Melville edito per i tipi di Garzanti. E’ un lavoro realizzato nel 1853. Continua l’appuntamento con la rubrica “Book: libri & letture” curata dall’Infermiere Giovanni Maria Scupola.

“La felicità corteggia la luce, perciò pensiamo che il mondo sia felice, mentre la miseria si nasconde tenendosi lontana, così pensiamo che non esista”.

Ci sono storie che leggi in un’ora ma che ti restano addosso per molto più tempo.

Personaggi che non invecchiano, nonostante i loro centosessantasette anni, e che tutt’oggi amano restare gialli irrisolvibili.

Quello, immagino, contribuisce a trasformarne il fascino in leggenda.

Le cose che ci sfuggono, infatti, tendono a diventare un chiodo fisso.

E il mistero di Bartleby, maestro di garbati rifiuti e di stranezze inspiegate, è ancora l’ossessione di molti.

Con Bartleby lo scrivano ho letto il mio primo Herman Melville.
Un centinaio di pagine appena; facili da incastrare nel corso della giornata ma difficilissime, a mio parere, da recensire.

Probabilmente non l’ho capito fino in fondo, ma voglio comunque consigliarlo: perché mi ha fatto innervosire, divertire, commuovere e innervosire ancora.

La storia, breve e irrisolta, è ambientata in un palazzo affacciato su Wall Street.

Il narratore, avvocato piuttosto influente, non è però lo sciacallo senza scrupoli che ci aspetteremmo da una vicenda di impiegati sottopagati e sommosse singolari: caritatevole e comprensivo, anzi, ambisce alla beatificazione sopportando di buon grado i capricci dei suoi dipendenti – soprannominati Tacchino, Zenzero e Pince-nez – ed accettando perfino un quarto collaboratore. Bartleby è l’ultimo arrivato.

Un copista grigiastro, taciturno ed allampanato, che dietro un paravento verde sgobba come un mulo, sgranocchia biscotti allo zenzero e contempla il muro di mattoni rossi su cui affaccia l’unica finestra disponibile.

All’inizio Bartleby si sottrae alle domande personali, ma ben presto fa orecchie da mercante anche davanti a richieste più ingenti.

Risoluto ma educato, è l’artefice di una resistenza passiva che somiglia ad una specie di capriccio.

Benché l’avvocato reagisca con magnanimità, rifiutandosi di licenziarlo e spinto dal desiderio crescente di comprenderlo, il suo dipendente diventerà una presenza perturbante.

I suoi rifiuti influenzeranno anche il vocabolario degli altri. A Broadway, oltre che delle elezioni imminenti, si parlerà anche di lui. Un fantasma di cui chiedono spiegazione anche gli altri inquilini. Un vagabondo che occupa l’ufficio, ormai, giorno e notte.

Il rifiuto e lo spirito di abnegazione possono portare un individuo all’annullamento?

Scritto con un lessico vagamente burocratico, lo stile del narratore ben presto si colora.

Ed entrano in gioco il disagio, l’inquietudine e la preoccupazione.
Penso a Bartleby: sicuramente resterebbe lì, immobile, anche se l’edificio venisse abbattuto …

Edito da Garzanti, e negli anni da altre case editrici, credo che Bartleby lo scrivano non rappresenti altro che l’elogio della disobbedienza come principio di ogni ribellione.

Giovanni Maria Scupola, LaAV – Lecce

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