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Continuano gli appuntamenti con la rubrica “Book – Libri & Letture” diretta dall’Infermiere Giovanni Maria Scupola. Questa volta presentiamo “A riveder le stelle“, capolavoro di Aldo Cazzullo (Mondadori, 2020).

“Dante il poeta che inventò l’Italia”

È dedicato al Divin Poeta ed alla sua Commedia, A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia, il nuovo libro di Aldo Cazzullo, edito da Mondadori.

Il giornalista rilegge il capolavoro del poeta fiorentino, che definisce padre della patria, perché l’Italia è nata da Dante e dai grandi scrittori venuti dopo di lui: Petrarca, che da piccolo ebbe la fortuna di incontrarlo; Boccaccio, che per primo definì la Commedia “Divina” e la lesse in pubblico.

“Dante non è soltanto il padre della lingua italiana. Una lingua che si è mantenuta fresca e viva grazie a lui e ai suoi seguaci, anche se per secoli nella vita quotidiana fuori da Firenze non l’ha parlata nessuno […] è anche il padre dell’Italia”.

Rivivono dunque nelle parole di Aldo Cazzullo gli episodi immortali della prima cantica dantesca, come l’incontro con Francesca da Rimini o quello con Ugolino, condannato a morire d’inedia assieme ai figli.

Il racconto è drammatico: “Il quarto giorno Gaddo gli si gettò ai piedi, dicendo: «Padre mio, ché non m’aiuti?». Un grido che ricorda quello di Gesù sulla croce: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gaddo fu il primo a morire. Gli altri caddero uno ad uno, tra il quinto ed il sesto giorno. Allora il conte perse il controllo di sé, e per due giorni – ormai cieco – brancolò sui corpi dei ragazzi, chiamando i loro nomi, come per risvegliarli. «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno”.
Da sempre e per sempre si discuterà su quello che sia accaduto “poscia”, dopo.

Se Dante avesse voluto dirlo esplicitamente, l’avrebbe fatto. Ma non l’ha neanche voluto escludere.

Tutte le ultime terzine dell’Inferno, quelle ambientate nel Cocito ghiacciato, sono segnate dall’idea di mangiare, mordere, masticare, rodere.

I cronisti del tempo confermano l’ipotesi più terribile: “Si trovò che ’ll’uno mangiò de le carni all’altro”. Ma è più importante notare un’altra cosa. Anche il racconto di Ugolino non finisce, resta sospeso. “Più che ’l dolor, poté ’l digiuno” vale il “quel giorno più non vi leggemmo avante” di Francesca.

Tutto è lasciato all’immaginazione del lettore.

Certo, interpretare un poema antico di oltre sette secoli alla luce del presente sarebbe sbagliato. Ma lo sarebbe anche ignorare l’eterna giovinezza della Divina Commedia. La poesia di Dante si rivolge ad ogni generazione di lettori, e quindi parla anche di noi, del tempo che ci è dato in sorte.

Ed a ognuno di noi consente di pensare che il peggio sia alle spalle. Che il meglio debba ancora venire, per le nostre vite e per la nostra comunità nazionale, di cui Dante – poeta dell’umanità – può considerarsi il fondatore; perché ci ha dato non soltanto una lingua, ma soprattutto un’idea di noi stessi.

Giovanni Maria Scupola – LAAV Lecce