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Malattia: esperienza storicamente difficile già dai tempi di Babilonia!

Malattia: esperienza storicamente difficile già dai tempi di Babilonia!
Ammalarsi a Babilonia, era davvero così grave?

Malattia: l’esperienza nel mondo assiro-babilonese!

Ci hanno sempre descritto la Mesopotamia come una valle incantata che fioriva fra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Culla di cultura, fece da scenario dell’invenzione della scrittura e della codificazione di leggi, come il famosissimo Codice di Hammurabi. Ma come vivevano la malattia le civiltà che la popolavano nel 2000 ac?

Una testimonianza importante ci viene tramandata dalla letteratura sapienziale, in particolare dalle composizioni dette del “giusto sofferente”: si tratta di testi narrativi in cui il protagonista, sebbene innocente, è vittima di una serie di sciagure e malanni.

La malattia, a quel tempo, era percepita non solo come uno stato di malessere fisico ma soprattutto come conseguenza della sfortuna. La sofferenza del corpo non era separabile dalla sofferenza psicologica né dagli insuccessi nella sfera sociale fino all’emarginazione.

Le cause delle malattie erano individuate fra:

  • l’intervento di un agente malefico umano: uno stregone o una strega
  • l’intervento di un agente malefico extra-umano: un demone
  • il contatto con una materia impura
  • il mancato rispetto di una proibizione o di un giuramento.

Queste cause erano considerate tuttavia secondarie, strumentali e occasionali. L’origine prima di ogni malattia era Dio: la sua mancata protezione attraverso i rituali di venerazione, lasciavano esposto il devoto agli attacchi maligni.

In particolare l’incapacità di movimento, quindi gli stati di paralisi e immobilizzazione, erano spiegati con la presenza di demoni che bloccavano il morente come un prigioniero. 

La rilevanza della divinazione nelle culture mesopotamiche è evidente nel 7° secolo a.C., quando era richiesto un responso aruspicale a fini terapeutici: le famiglie reali, infatti, interpellavano i sacerdoti designati all’esame delle viscere animali, per avere conferma sulle cause della malattia e sull’efficacia della cura. Le alternative prognostiche erano elementari: il paziente sarebbe guarito (iballut) o morto (imat).

Nonostante il mancato fondamento scientifico, la terapeutica faceva ricorso a diversi medicamenti oltre a rituali e scongiuri per guarire il malato, anche quando i presagi ne avevano già pronosticato la morte. 

Nel famosissimo Codice di Hammurabi troviamo inoltre la prima discussione legale sull’imputabilità dei medici chirurghi: essi erano ritenuti responsabili per i loro errori e insuccessi. L’entità del compenso per il successo o della pena da scontare in caso di errore dipendevano dallo status sociale del paziente. Accadeva così che se a causa di un intervento a morire era una persona di spicco, il medico era condannato all’amputazione della mano (cosiddetta legge del coltello) mentre se a morire era uno schiavo, il chirurgo dovevo solo pagare il costo per sostituirlo. 

Dott.ssa Martina Tapinassi

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