Psicologia e Cibo: come la testa regola i tuoi comportamenti?

Cosa mangiare? Decide la testa!
Cosa mangiare? Decide la testa!

La psicologia regola la tua alimentazione

Ogni volta che mangiamo qualcosa ci dice cosa mangiare e quando mangiarlo: la psicologia ci influenza davvero così tanto il nostro comportamento? Esattamente sì, ecco il perchè in questo articolo!

“Food is more than something to eat”. Il cibo è nutrimento ma anche legame e piacere, appartenenza e ricordo. A torto e a ragione, gli si assegnano effetti curativi e tossici, cosmetici e deturpanti e, talvolta, può diventare una droga.

Il legame dell’uomo con il cibo è da sempre campo di battaglia tra grassi e magri e per l’uomo moderno questo conflitto è divenuto più aspro dopo gli anni ‘80 del secolo scorso quando è esplosa la pandemia di obesità. In epoche di carestie ricorrenti e di incertezza sulla disponibilità di cibo, la capacità di accumulare riserve di energia sotto forma di tessuto adiposo ha garantito per millenni la sopravvivenza della specie umana, e verosimilmente, l’evoluzione ha selezionato quegli organismi dotati di geni economici, favorendo la sopravvivenza del fenotipo risparmiatore. Solo da qualche decennio una larga parte dell’umanità è uscita dall’insicurezza alimentare ma ha conservato il genotipo accumulatore, gettando le basi per la diffusione delle malattie del benessere: obesità, diabete mellito, dislipidemia, sindrome metabolica e patologie cardiovascolari. Il paradosso di questo scenario viene ulteriormente complicato dal culto per la magrezza, soprattutto femminile, a cui la società e i media ci sottomettono quotidianamente.

Gli esseri viventi utilizzano il cibo introdotto come fonte di energia per garantire la sopravvivenza, la crescita, la riparazione dei tessuti e la riproduzione. Viviamo e pensiamo bruciando calorie e, in proporzione, è il cervello a consumare più energia in assoluto. In un essere umano adulto rappresenta circa il 2% del peso corporeo ma richiede il 20% della spesa calorica totale, 400-500 kcal al giorno. In linea teorica è sufficiente uno squilibrio dell’1% nel bilancio energetico, in eccesso o in difetto, per guadagnare o perdere, in un anno, 2 kg di peso corporeo. I dati forniti risultano allarmanti ma fortunatamente il nostro organismo non ragiona in termini matematici ed è fornito di numerosi meccanismi omeostatici che mantengono un peso corporeo stabile, se non con modestissime oscillazioni, quando la disponibilità di cibo è sufficiente e l’attività fisica è regolare.

L’essere umano regola l’apporto energetico attraverso le sensazioni di fame e di sazietà. È opportuno effettuare una distinzione tra fame, intesa come bisogno di nutrirsi, e appetito, ovvero desiderio di mangiare. I fisiologi di lingua inglese confezionano un’ulteriore divisione tra due forme di sazietà: SATIATION, sensazione che pone fine al singolo pasto, e SATIETY, sensazione che perdura alcune ore e determina la frequenza dei pasti. La sazietà non compare appena termina il bisogno di nutrimento ma qualche tempo dopo, rendendo giustizia al meccanismo ancestrale che preme per arricchire i depositi energetici.

La regione dell’encefalo chiamata ipotalamo riceve costantemente informazioni sulla quantità del tessuto adiposo accumulato così da regolare il comportamento alimentare e la spesa energetica, mantenendo costante il punto di equilibrio. La Leptina riveste un ruolo chiave in questo complesso meccanismo. Si tratta di un ormone prodotto e secreto dagli adipociti; tanto maggiore è l’entità dei depositi di grasso e tanto maggiore sarà la concentrazione ematica. La leptina raggiunge specifici recettori ipotalamici ed espleta la sua funzione riducendo la fame e stimolando la sazietà. Prevedibilmente, i soggetti obesi mostrano tassi di leptinemia elevati contrariamente a chi è affetto da anoressia nervosa. Un dato interessante è che le diete ipocaloriche molto restrittive riducono i livelli di leptina in maniera non proporzionale alla riduzione dei depositi di grasso; nello specifico, i sistemi di segnalazione della leptina, allertano il cervello per la situazione di imminente pericolo ancora prima che l’emergenza si manifesti. Scoperta peculiare è che il suddetto meccanismo di difesa è significativamente più marcato nelle donne che negli uomini.

La ricerca scientifica degli ultimi decenni ha dimostrato che il sistema lipostatico conta un numero elevatissimo di molecole che fungono da ormoni e neurotrasmettitori. Alcune di queste sostanze vengono prodotte a livello gastrointestinale e giungono all’ ipotalamo, svelando il legame strettissimo che unisce stomaco e cervello. Due tra gli ormoni più studiati: la grelina, che promuove il senso di fame, e la colecistochinina, che favorisce il senso di sazietà.

La miriade di molecole implicate in questo sistema neuronale ancora non basta a spiegare la complessità del comportamento alimentare, che sottende tutta una sfera psicologica e affettiva. Sin da bambini attribuiamo al cibo un valore ben più complesso del mero nutrimento, basti pensare al rapporto di interdipendenza che si instaura tra madre e figlio durante l’allattamento.

Il sistema limbico è un insieme di strutture cerebrali coinvolte nei processi emotivi, nella memoria, negli stimoli motivazionali e nell’organizzazione dei comportamenti legati alla sopravvivenza e alla riproduzione, e tra questi l’alimentazione. Ci troviamo all’interno del cosiddetto circuito della ricompensa. L’uomo è obbligato a mangiare per sopravvivere, stimolato dall’appetito e ricompensato col piacere. La regolazione del rapporto uomo-cibo si svolge in parte a livello cosciente e in larga misura a livello inconscio. Verosimilmente esiste un sistema unico di regolazione del comportamento alimentare che sintetizza vari aspetti: quello puramente chimico, legato alle esigenze nutrizionali; quello motivazionale, connesso al piacere di assumere alimenti belli alla vista e dolci al palato; e quello edonico, collegato alle sensazioni, alle emozioni e ai ricordi.

Nell’antica medicina greca, con il termine dieta si indicava il complesso delle norme di vita, tra cui: alimentazione, attività fisica, riposo e divertimento. L’ellenico modus vivendi mirava unicamente a custodire lo stato di salute. Salute intesa come percezione di benessere e non solo come assenza di malattia. Negli ultimi decenni, purtroppo, alla parola dieta abbiamo affibbiato un’accezione negativa, confondendola col sinonimo di punizione, inquadrandola come numero di calorie ed esclusione di alimenti, attribuendo alla dieta un significato prevalentemente di dimagrimento. Si sono così sviluppati i concetti di «cibi che ingrassano», da escludere a tutti i costi dalla propria alimentazione, e di «cibi dimagranti», a cui si attribuiscono virtù terapeutiche più fantasiose che scientifiche. Abbiamo incominciato, allora, a pensare che per dimagrire tanto bisognasse ridurre al minimo le calorie. Meno mangio e più dimagrisco! Questo atteggiamento conduce inevitabilmente a vivere delle restrizioni che innescano seri danni alla sfera psichica, come la perdita di controllo, la colpevolizzazione e il fallimento. La parola dieta, pertanto, anziché sinonimo benessere viene additata come occasione di fallimento, causa di obesità e messaggera di patologie alimentari. Nei disturbi della nutrizione la causa del disagio è legata alla percezione del proprio corpo e “mens sana in corporeo sano” si erige a manifesto della ricerca dell’odierno benessere.

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