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La lettera di Maria, aspirante OSS e Infermiera abusiva riapre la discussione sulla gestione dei pazienti cronici complessi a domicilio e sui controlli che non ci sono.

Buonasera Direttore,

sono Maria. Sono stata assunta un anno e mezzo fa per fare assistenza domiciliare ad una paziente malata di SLA. Si tratta di un progetto di Assistenza Domiciliare Integrata (ADI); assieme a noi ruotano altre figure professionali; dico noi perché mi alterno con altre 3 colleghe. Tutte insieme garantiamo una assistenza H24.

In separata sede la nostra interlocutrice ci ha spiegato che sta per conseguire l’attestato di Operatore Socio Sanitario e che di fatto è costretta a praticare assistenza di natura infermieristica anche se non ne ha le competenze.

Il nostro è un contratto da badanti, purtroppo, e non possiamo avere alcun diritto in più, ovvero indennizzi di vario genere, ferie, permessi. Io e l’altra mi collega notturna non percepiamo neanche l’indennità per la fascia oraria in questione e, aggiungo anche, che da contratto non risulta nemmeno che svolgiamo il turno di notte.

Il nostro stipendio è di 1000 euro togliendo le aggiuntive in busta paga come TFR e 13a mensilità e lavoriamo senza sosta per turni di 12 ore, una notte si è una no, alternandoci (così come fanno le nostre colleghe diurne), senza riposi.

Sospettiamo che nel progetto, sulla carta, i familiari (che tra l’altro non prestano mai aiuto di nessun genere, compreso il caregiver) abbiano fatto figurare un componente parentale.

La mia domanda è: come può un Ente locale o regionale permettere tutto questo? E ancora: perché non veniamo pagate dalla stessa fonte che liquida le altre figure professionali che ruotano in questo progetto, anziché dalla famiglia della nostra assistita che a mio parere è “truffaldina”?

Grazie.

Saluti.

Maria, aspirante OSS