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Coronavirus. Sara, Infermiera: “mi sono licenziata, senza DPI impossibile lavorare e forse sono infetta, ma non mi fanno tampone”.

Coronavirus. Sara, Infermiera: “mi sono licenziata, senza DPI impossibile lavorare e forse sono infetta, ma non mi fanno tampone”.

Emergenza Coronavirus. Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Sara, Infermiera neo-assunta in Toscana: “mi sono licenziata, senza DPI impossibile lavorare e forse sono infetta, ma non mi fanno tampone e nemmeno a mia sorella cardiopatica”.

La lettera di Sara, Infermiera neo-assunta in Toscana (licenziatasi qualche giorno fa), riapre la discussione sulla mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale adeguati delle Unità Operative, anche in quelle fortemente a rischio e con Pazienti affetti da COVID-19, e sulla necessità di fare tamponi ai professionisti della salute. Lei forse è infetta, a contagiarla è stato un Medico.  Il suo scritto fa riflettere.

Carissimo Direttore di AssoCareNews.it,

sono una delle tante infermiere che è stata assunta per far fronte a quest’emergenza. L’ospedale presso cui sono stata assunta stava allestendo un reparto per i casi di Covid19 motivo per cui ci viene fatto un “corso di formazione” per spiegare agli infermieri l’utilizzo di macchinari e il corretto utilizzo degli indumenti per un reparto in cui nessuno di noi aveva mai lavorato.

La premessa.

L’ospedale era sprovvisto di mascherine, di qualsiasi tipo, anche quelle chirurgiche, dunque nessuno in quel momento di “formazione” indossava tali dispositivi. La dott.ssa che eseguiva il corso ci ha accuratamente spiegato tutto, facendoci verificare su noi stessi come i vari strumenti andavano usati, dunque maneggiati da tutti e posizionati sul viso anche di una collega.

Gli orridi panni swiffer che sembravano mascherine.

Il giorno successivo arrivata a lavoro mi rendo conto che come DPI ci avevano fornito dei veri e propri panni swiffer, con due buchi laterali per le orecchie.

Non so di chi sia la responsabilità in questi casi, so solo che potendo scegliere tra due mesi di lavoro e la mia salute e quella di tutte le persone con cui sarei potuta entrare in contatto scelsi quest’ultima.

La decisione di licenziarmi.

Decisi cosi di licenziarmi, perché avrei solo contribuito a diffondere il contagio, non poteva essere diversamente con i DPI che ci offrivano.

Chiamai il caposala, non presente in servizio quel giorno, per avvertirlo e scusarmi del poco preavviso, facendo lo stesso anche con le resto del personale che oltre alle condizioni già critiche si ritrovava con un’infermiera in meno in servizio.

Il giorno successivo ricevetti un messaggio da una collega che diceva che la Dott.ssa, quella che ci aveva fatto formazione il giorno precedente, era risultata positiva al Covid19.

Fino a quel momento la voce si era sparsa tra i colleghi, nessuno li aveva informati in modo chiaro.

Chiamata alla Direzione Infermieristica.

La prima cosa che feci fu chiamare la Direzione infermieristica per avere conferme, per sapere come comportarmi.

La loro risposta fu semplicemente: “non possiamo fornire queste informazioni, buona giornata”, attaccarono. Nelle ore successive mi ricontattò una collega per confermarmi che le voci che aveva sentito erano certe, la dott.ssa faceva parte dei contagiati.

Ho avuto febbre alta, ma nessuno mi ha fatto alcun tampone.

Dopo tre giorni iniziai ad avere febbre ballerina, forte mal di gola, tosse, stessi sintomi li manifestò anche mia sorella dopo pochi giorni. Iniziai a chiamare i nostri medici di base, i dottori dell’Igiene Pubblica, chiunque per capire come dovevamo comportarci e se potevamo in qualche modo eseguire un tampone.

Il medico di base: i tamponi? Li fanno solo in presenza di segni e sintomi e a pazienti importanti.

Il medico di mia sorella, che contattai in quanto era informato del suo stato di salute e del fatto che un anno prima era stata sottoposta a un delicato e importante intervento al cuore riguardo il tampone mi rispose: “lo fanno solo ai Pazienti sintomatici e importanti”. Lo ringraziai e riagganciai il telefono, non mi avrebbe aiutato.

Ho deciso di mettermi in quarantena volontaria.

Dal giorno in cui ho saputo indirettamente di aver avuto contatti con quella dott.ssa mi sono messa in quarantena volontaria, io e mia sorella perché una coscienza ce l’abbiamo, ma è VERGOGNOSO che se non fosse stato per quella collega io sarei potuta andare a fare la spesa o quanto altro rischiando di diffondere il virus.

Mia sorella sta ancora male e ora abbiamo paura.

Oggi le condizioni di salute di mia sorella non sono migliorate, anzi presenta dolore alla colonna e sotto la scapola destra ogni volta che fa un’ispirazione, sbadiglia, ride o almeno ci prova, si prova a tenere su il morale ma è difficile, abbiamo paura.

Vogliamo che la nostra vita sia importante come quella dei politici, calciatori o coloro che, al contrario di noi, possono permettersi un tampone. Beati loro!

Sara, una Infermiera delusa

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