Pubblicità

Emergenza Coronavirus. Quando il virus non risparmia nessuno. Parla Elisa, Infermiera di Area Critica: “sarà un brutto anno per Infermieri ed Ostetriche”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha proclamato il 2020 come l’Anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica. Dal 1° gennaio fino al 31 dicembre si celebra il lavoro degli infermieri, si evidenziano le difficili condizioni che devono affrontare sul campo e si sostengono iniziative volte ad implementare l’impiego della figura infermieristica non solo nelle strutture ospedaliere ma nel territorio nazionale, come fonte indispensabile di best practice e come guida promotrice di azioni di prevenzione primaria.

Il 2020 è sicuramente l’anno del Coronavirus, la cui ascesa gli ha da poco valso lo status di pandemia.

Da quando in Italia è stato confermato il primo contagio, le nostre vite sono state sconvolte e coinvolte in prima linea a fronteggiare questa emergenza sanitaria.

In Lombardia, dove la trasmissione del virus si è manifestata con una forza disarmante, così come in tutta Italia, gli infermieri hanno reagito all’emergenza, chi con più mezzi a disposizione, chi con sprezzante voglia di comunicare una fede smisurata nella propria ars, non solo tecnica ma anche etica, chi con notevole impegno fisico ed emotivo e chi anche a costo di mettere a rischio la propria incolumità.

L’ultima condizione elencata descrive una preoccupazione sempre più opprimente che gli operatori sanitari stanno denunciando a gran voce già da quando l’emergenza è iniziata: i DPI a disposizione non sono proporzionati al bisogno o non sono adeguati.

Il professionista sanitario, come se non bastasse, viene richiamato alle armi anche in caso di dubbia o reale positività, purchè asintomatico, grazie ad anni di preziosa spending reviews e manovre economiche “salva poltrone” piuttosto che “salva stati”.

Alcune domande sorgono quindi spontanee.

Come possiamo assicurare che i principali veicoli infettivi, in futuro, non siano proprio gli operatori sanitari “malati” o potenzialmente tali, che non possono affrontare la propria quarantena perché insostituibili al momento?
Come evitare che i professionisti sanitari non contraggano il virus o non lo diffondano, se gli armamenti a loro disposizione sono sempre più scadenti o peggio ancora, non sono fruibili?

È accettabile il rischio concreto di perdere i già pochi professionisti infermieri rimasti, impiegandoli senza difese?

La necessità di risposte deriva in parte dalla presa visione dei primi decessi avvenuti tra gli operatori sanitari per Covid-19, tra cui voglio ricordare Diego Bianco, soccorritore del 118 di Bergamo, che avrebbe compiuto 47 anni il prossimo maggio.

Se è vero che i contagi tra i sanitari si aggirano intorno alla preoccupante cifra dei 2500 positivi, sorge spontaneo chiedersi se le misure profilattiche attuate fin’ora siano state sufficienti o siano ancora manchevoli, sia quando il professionista esce nel territorio sia all’interno dei nosocomi.

Giungono, infine, sconcertati comunicazioni che investono nuovamente la nostra e le altre professioni: in molte realtà, se il sanitario è venuto a contatto con un soggetto positivo, avuto luogo senza le adeguate protezioni, non si eseguono nemmeno più i tamponi, mettendo ancora di più a rischio l’incolumità delle persone che assistono o con cui vengono in contatto.

A questo punto mi chiedo: siamo veramente sicuri che questo sia il giusto modo di procedere?

È giusto che a persone totalmente asintomatiche ma di un certo valore sociale vengano eseguiti i tamponi di circostanza e a chi è in trincea, giorno e notte, e soprattutto a rischio, no?

Siamo sicuri che continuare a non tutelare chi ci assiste sia la risposta per arginare future epidemie nosocomiali e familiari?

Non sarebbe più ragionevole rivedere i protocolli operativi, non solo a livello aziendale e/o ragionale ma nazionale, per tutto il personale sanitario che opera in Italia in questo momento?

Se siamo ancora noti a livello internazionale per i trend legati alle infezioni nosocomiali, non vogliamo darci da fare affinché questa tendenza si delimiti o non si verifichi con questo nuovo nemico da battere?

Sicuramente in questo momento le polemiche stanno a zero, ma attendere così tanto tempo per emanare raccomandazioni nazionali sull’uso razionale dei PDI, che siano adottate da tutti all’unisono, così come sul “modus operandi” per assistere e prendersi cura degli operatori sanitari positivi non sembra una richiesta così irragionevole.
Infermieri, medici, tecnici, personale ausiliario non possono voltare le spalle alla nostra nazione in questo momento di profondissima crisi sanitaria, ma non possono nemmeno permettersi, per il bene della collettività, di mettere a rischio la loro salute.

Dovremmo essere considerati come un bene di prima necessita in questo tempo.

Siamo, ad oggi, un genere indispensabile alla vita, non sostituibili da altri operatori, formati per metterci in prima linea nella costante ricerca del benessere collegiale.

Siamo gli “eroi” di un Sistema Sanitario dilaniato negli anni, visto come fonte di spreco, inefficienza e corruzione, accusato da molti di non pensare al bene dei pazienti, abusato dai più, vessato e percosso senza pietà negli ultimi tempi.

Tutto questo ci insegna che prima o poi tutti dobbiamo pagare il prezzo delle nostre scelte.

Fa tristezza pensare tuttavia che ancora una volta il prezzo pagato e da pagare per chi è in prima linea per fronteggiare il Covid-19 è fonte delle scelte di altri, siano essi cittadini irresponsabili, che non rispettano i vincoli e gli obblighi imposti dal Governo, siano essi 20 Sistemi Sanitari Regionali, che non fronteggiano l’emergenza nel medesimo modo, siano esse le istituzioni che (non) ci rappresentano.

Il 2020 sarà sicuramente l’anno dell’infermiere, speriamo di non doverne ricordare anche le cospicue perdite.

Elisa Ceciarini
Infermiere di Area Critica – Iscritta OPI Perugia

Leggi anche:

Coronavirus: morto operatore del 118 di 47 anni.