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Emergenza Coronavirus. Laura Licchetta, Medico: “ero infetta, non mi hanno voluto fare tampone, sicuramente ho contagiato altre persone”. Le risponde il responsabile della Medicina del Lavoro: “in un momento così difficile per il Paese le polemiche fanno solo male a tutti”.

Botta e risposta a Bologna tra un Medico e il responsabile della Medicina del Lavoro del Policlinico Sant’Orsola. La prima a scendere in campo è stata la dott.ssa Laura Licchetta che ha accusato l’azienda in cui lavora di non averla tutelata e di non aver voluto fare il tampone a lei che è positiva al COVID-29. Le risponde, stizzito, il dirigente Francesco S. Violante.

Vi lasciamo leggere le due missive, in modo da farvi riflettere in quale clima di tensione stanno lavorando gli operatori in prima linea e perché no le dirigenze, che ormai stanno prendendo “schiaffi” da ogni dove e sono costrette a difendersi dalle lamentele di chi pretende (e ne ha tutto il diritto) protezioni adeguate per non infettarsi e non infettare.

Licchetta ha scritto al ministro della salute Roberto Speranza, al governatore della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, all’assessore alle politiche sanitarie dell’Emilia Romagna Raffaele Donini, al commissario straordinario per l’ER-Coronavirus Sergio Venturi, al sindaco della sua città (San Lazzaro di Savena), al direttore generale del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi e agli Ordini dei Medici di Bologna e dell’Emilia Romagna.

La lettera della dott.ssa Laura Licchetta.

Gentilissimi,
sono un medico neurologo, ricercatore presso l’Ospedale Bellaria di Bologna.

L’ospedale è stato di recente adibito a centro COVID-19 ma già dai primi di marzo si erano verificati i primi casi d’infezione in vari reparti, tra cui quello di neurologia.

Nonostante non avessi avuto contatti diretti con quei pazienti, ho contratto io stessa l’infezione, sono stata ricoverata al Policlinico Sant’Orsola di Bologna per polmonite e attualmente sono in isolamento domiciliare fiduciario in attesa di riprendere il servizio.
Vi scrivo in duplice veste di medico e di paziente, poiché ritengo che la mia esperienza rifletta al contempo l’inadeguatezza della gestione del rischio professionale per gli operatori sanitari, le incongruenze dei protocolli adottati e, cosa più importante, la difficoltà del malato COVID-19 ad accedere alle strutture sanitarie per ricevere un’adeguata assistenza.

La notte tra l’11 e il 12 marzo presentavo febbre oltre 38°C, cefalea, forti artralgie e mialgie. Dati i rischi di esposizione relati alla mia professione (in reparto non eravamo stati dotati di nessun presidio di protezione, nemmeno una mascherina) ho pensato a un’iniziale influenza da COVID-19.

Ho contattato ripetutamente sia la Medicina del Lavoro (utilizzando il numero attivo per operatori sanitari) che l’ufficio igiene chiedendo di poter eseguire un tampone. Ritenevo doveroso diagnosticare da subito un’eventuale infezione per poter allertare colleghi, pazienti con cui avevo avuto contatti e i miei familiari.

Secondo le direttive ricevute, la Medicina del Lavoro non ha ritenuto necessario fare il tampone e mi è stato detto di non adottare nessuna misura cautelativa; non avendo sintomi respiratori avrei dovuto trattare la malattia come una normale influenza e, non appena passata la febbre, rientrare in servizio. – “Anche in presenza di eventuale infezione paucisintomatica da COVID-19, con il rischio di essere ancora infettiva per colleghi e pazienti?” – “Si, perché in ogni caso per i medici non è prevista quarantena”.

Il servizio di Igiene del territorio, il numero ministeriale 1500, il numero verde regionale 800 033 033, una volta contattati, hanno fornito risposte analoghe.

La mattina del 15 marzo, dopo quattro giorni di febbre costante e artralgie così forti da impedirmi di dormire o muovermi (per i quali ho assunto tachipirina e generose dosi di antidolorifici) sono stata costretta a contattare il Pronto Soccorso dell’Ospedale Sant’Orsola. L’operatore mi ha suggerito di recarmi lì di persona, nonostante questo fosse contrario a tutte le istruzioni note.
All’arrivo in PS (ore 11) tachipirina e antidolorifici hanno fatto effetto e sono sfebbrata. Mi viene assegnato un codice bianco e sono lasciata in sala d’attesa fino alle ore 19 quando, esausta, firmo per un’autodimissione. Alle 2 di notte torna febbre 39°, chiamo di nuovo il PS e mi ripetono di presentarmi di persona. Finalmente viene eseguito il tampone il cui esito sarebbe stato disponibile entro 24- 48 ore. O meglio, il cui esito non sarebbe mai arrivato.

Il 18 marzo (dopo sette giorni di malattia con febbre alta e altri sintomi tipici) un collega mi esorta a eseguire una TAC torace nel sospetto di polmonite anche in assenza di chiari sintomi respiratori. Mi suggerisce di chiamare il 118 dove è attivo un “percorso COVID-19” che dovrebbe fornire un’adeguata assistenza sia a me che al mio compagno (malato con i miei stessi sintomi dal 17 marzo).

Gli operatori del 118 mi consigliano di aspettare l’esito del tampone e comunque sono contrari a trasportare anche il mio compagno in PS. Questa volta insisto: sono un medico, ho fatto diagnosi clinica e mi rendo conto che sia io che lui abbiamo bisogno di assistenza.

In PS la TAC rileva in effetti polmonite, per entrambi, e veniamo ricoverati fino al 22 marzo, prima di essere dimessi per proseguire a casa le cure specifiche (idrossiclorochina).

Durante il ricovero scopro che il mio tampone del 15 marzo era stato smarrito, dunque non avrei mai ricevuto risposta e non avrei mai potuto accedere al “percorso COVID-19”. Il tampone viene ripetuto e sia io che il mio compagno risultiamo positivi.

Analizzando a posteriori l’accaduto, in una situazione di ovvia e grande difficoltà da parte delle strutture sanitarie, mi sembra importante sottolineare alcune criticità nella gestione dell’emergenza, peraltro già segnalate dall’Ordine dei Medici di Bologna di cui faccio parte.

Agli uffici di Medicina del Lavoro e dell’Igiene pubblica sono state date direttive che non tutelano né il medico né il paziente e minimizzano il rischio professionale sanitario.

In particolare:

  • l’“ottimizzare” il numero dei tamponi ha la conseguenza di sottostimare il numero di contagiati, contribuendo alla diffusione dell’infezione;
  • il mancato isolamento tempestivo di casi positivi e l’assenza di adeguate misure di protezione degli operatori stessi porta al moltiplicarsi delle occasioni di diffusione del virus; questo è tanto più rischioso se il possibile caso COVID-19 è un operatore sanitario, che è stato e sarà a contatto con altri colleghi e pazienti;
  • l’indisponibilità a effettuare tamponi a domicilio a sospetti casi COVID-19, o comunque in spazi diversi dal pronto soccorso, amplifica a sua volta la diffusione del virus;
  • l’indisponibilità a effettuare tamponi tempestivamente, impedisce di formulare una diagnosi precoce e di sfruttare quella finestra terapeutica utile a gestire l’infezione senza complicanze;
  • il ritardato accesso alle cure mediche (che nei casi meno gravi potrebbero essere prestate anche a domicilio) e alle strutture sanitarie ha come conseguenza la gestione di casi con polmonite conclamata e già complicata, che allunga i tempi di degenza e le spese sanitarie, aumentando la mortalità e morbidità.

Grazie alle segnalazioni dell’Ordine dei Medici, ho potuto costatare con soddisfazione che si stanno già affrontando molte di queste criticità. In alcuni comuni sono state già attivate misure di assistenza domiciliare e nel comune di San Lazzaro, dove risiedo, è stato istituito un punto-tamponi “drive through” accessibile in automobile.

Ritengo però che queste iniziative debbano avere un respiro più ampio, per un miglioramento della gestione dell’emergenza su tutto il territorio nazionale.

Spero che questo contribuisca a stabilire protocolli più efficienti e servire ad altri pazienti e operatori sanitari nelle mie stesse condizioni.

Con i migliori auguri di buon lavoro, distinti saluti

Dott.ssa Laura Licchetta

 


 

E la risposta del Policlinico Sant’Orsola a cura del dott. Francesco S. Violante.

Oggetto: Risposta alla lettera della dott.ssa Laura Licchetta del 27.3.2020.

Rispondo alla lettera in oggetto che, pur formulando critiche all’operato dell’Unità Operativa di Medicina del lavoro, che ho l’onore di dirigere, non è tuttavia a me indirizzata.

La lettera descrive l’esperienza di medico e paziente in rapporto all’epidemia in atto di Covid-19: le esperienze dei medici-pazienti sono oltremodo significative perché offrono un particolare punto di vista sia sul vissuto della malattia che sulla sua cura e prevenzione. Siamo particolarmente lieti del fatto che la malattia della dottoressa abbia avuto un’evoluzione favorevole: ci sono però alcuni passaggi, nella sua lettera, che richiedono da parte nostra una puntualizzazione.

Innanzitutto, la stessa dottoressa dichiara di essersi ammalata “nonostante non avesse avuto contatti diretti con pazienti Covid-19”: stupisce quindi che subito dopo parli di “inadeguatezza della gestione del rischio professionale per gli operatori sanitari”, pur avendo contratto l’infezione senza un’evidente causa di origine lavorativa.

La dottoressa lamenta successivamente di non essere stata prontamente sottoposta ad un “tampone” cioè ad un’analisi di laboratorio per la diagnosi di infezione da virus SARS- CoV-2.

Credo che non dovrebbe sfuggire a nessuno, e tantomeno ai medici, che il nostro Paese, alla pari degli altri Paesi, abbia affrontato la pandemia da virus SARS-CoV-2 largamente impreparato, sia come scorte di dispositivi di protezione individuale sia (dal punto di vista quantitativo) come capacità analitiche.

Quanto all’esecuzione dei “tamponi”, ancora non dovrebbe sfuggire a nessuno, e tantomeno ai medici, che in una situazione di risorse carenti si devono adottare scelte operative tese ad indirizzare quanto è disponibile dove è più necessario. Se avessimo a disposizione illimitata capacità di fare analisi della presenza di SARS-CoV-2 negli operatori sanitari, avremmo senz’altro sottoposto a test tutti gli operatori sanitari, e più volte.

Inoltre, non risponde al vero che l’Unità Operativa di Medicina del Lavoro dia indicazione agli operatori sanitari sintomatici di “non adottare nessuna misura cautelativa”. Le procedure in atto, invece, prevedono che gli operatori sanitari che in qualsiasi momento mostrino sintomi compatibili con infezione da virus SARS-CoV-2 rimangano a casa per non meno di due settimane, e ritornino al lavoro solo dopo che due tamponi abbiano dato esito negativo.

Non si comprende poi l’affermazione della dottoressa circa il “mancato isolamento tempestivo di casi positivi”, quando invece l’isolamento a casa dell’operatore sintomatico viene disposto comunque, anche nel caso di solo sospetto. A questo proposito, agli operatori sanitari per i quali la Medicina del Lavoro dispone l’isolamento a casa vengono fornite informazioni utili ad evitare la trasmissione del virus ai conviventi (nel caso in questione, peraltro, la dottoressa scrive che la persona con lei convivente è risultata anch’essa positiva al virus, e rimane quindi incerta la direzione della trasmissione dello stesso virus tra i conviventi).

Dall’inizio dell’epidemia, gran parte del personale dell’Unità Operativa di Medicina del Lavoro sta lavorando senza risparmio, facendo del proprio meglio per contribuire a prevenire e controllare la diffusione del virus SARS-CoV-2 tra gli operatori sanitari: errori sono sempre possibili e quindi evidenziarli è un fatto positivo.

Critiche astratte, invece, che prescindono da una valutazione delle reali condizioni nelle quali sta operando il Paese, non sono di alcuna utilità.

Dott. Francesco S. Violante

Policlinico Sant’Orsola – Dipartimento della Medicina Diagnostica e della Prevenzione – Unità Operativa Medicina del Lavoro