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Parla Raffaele Varvara (Movimento Infermieri in Cambiamento): “spero che la professione abbandoni definitivamente il vecchio mansionario, ma oggi è ancora difficile”.

Oggi parliamo di professione infermieristica con il collega Raffaele Varvara, co-fondatore e co-ideatore del movimento “Infermieri in Cambiamento“. Continuano le interviste di AssoCareNews.it ai personaggi emergenti della categoria, nel tentativo di dare voce e permettere l’espressione di pensiero ai colleghi che si stanno impegnando da tempo per la crescita collettiva degli Infermieri e degli Infermieri Pediatrici italiani e non solo.

A Varvara abbiamo posto 7 domande, vediamo come e cosa ha risposto.

Ciao Raffaele. Sei pronto?

Intanto grazie al direttore Angelo Riky Del Vecchio per avermi concesso questa seconda intervista. La prima era stata il 4 febbraio 2020 quando Infermieri in Cambiamento esordiva su AssoCareNews.it. Oggi, a distanza di 8 mesi, siamo finalmente un’associazione registrata con uno statuto disponibile sul nostro sito.

Infermieri in Cambiamento, un movimento che vuole rivoluzionare la professione dal basso. Parla Varvara.

Molti vi scambiano per un nuovo sindacato, puoi chiarire esattamente cosa siete?

Grazie per la domanda che ci dà l’occasione di sciogliere un dubbio che si pongono in tanti: Infermieri in Cambiamento è un movimento politico professionale nato per concorrere a determinare la politica professionale, su sponda ordinistica, non sindacale.

Come vedi l’infermiere tra 10 anni?

Sono passati 21 anni dall’abrogazione del mansionario eppure ancora oggi il pensiero “ausiliaristico” sembra dominare a tutti i livelli, in barba alle evidenze normative e al progresso scientifico. Se in 21 anni non è cambiato nulla, tra 10 anni l’infermiere lo vedo come ieri e come oggi, “stazionario nella sua criticità” si direbbe per un paziente, se non si interviene con un progetto attuativo per tradurre l’evoluzione normativa che abbiamo conosciuto sulla carta alla prassi clinica rimasta invariante.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensi siano i punti essenziali da affrontare?

Esatto, bisogna lavorare oggi per formare l’infermiere di domani. I punti essenziali da affrontare sono la formazione e l’organizzazione del lavoro. Sulla formazione bisogna lavorare contemporaneamente su due assi: uno per costruire l’infermiere di domani serve la revisione di tutto l’impianto formativo di base, due per rendere consapevoli gli infermieri di oggi serve la revisione di tutto l’impianto formativo post-base. Dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro urge mandare in pensione nel 2020 il modello per compiti che riduce e frammenta la complessità del processo assistenziale in meri compiti da eseguire in serie, a chiamata.

A tuo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

Guardi direttore, non serve migliorare l’immagine della professione se i cittadini ci osservano tutti i giorni rifare letti, chiudere bidoni o dispensare pasti. Se tramite gli spot o le locandine ci facciamo belli, ma poi ogni giorno l’immagine che ciascuno di noi dà della professione quando indossa la divisa è quella di un badante specializzato, avremo fatto una comunicazione discordante, scissa. L’immagine che hanno di noi i cittadini riflette i valori e la cultura ausiliaristici che ancora si tramandano dentro la nostra categoria professionale in piena “crisi di identità”. Eppure i cittadini ci stimano e ci vogliono sempre al loro fianco. Ci guadagneremo la loro eterostima se riusciremo a NON dare messaggi discordanti tra quello che diciamo e quello che facciamo, se allineeremo quindi le norme alla pratica clinica quotidiana.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Le società scientifiche costituiscono il cuore scientifico della professione. Tuttavia le società scientifiche e gli ordini, i sindacati e le altre rappresentanze professionali agiscono isolati, non condividendo, insieme, un progetto emancipativo più ampio della professione tutta. Nel programma di Infermieri in Cambiamento ci sono gli STATI GENERALI DELL’INFERMIERISTICA: un’occasione di incontro di tutte le anime rappresentative della professione (ordini, sindacati, dirigenti, docenti e appunto associazioni scientifiche) per far emergere una convergenza già esistente sulla necessità di concordare una futura vision dell’infermiere. Le società scientifiche per esempio potrebbero attivarsi coi sindacati per delineare tutte le peculiarità contrattuali delle varie figure specialistiche che finalmente potranno vedere la luce con il contratto fuori dal comparto.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputi che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

Riguardo alla formazione, a mio avviso quello che più influisce sulla professione non è solo la mancanza di risorse economiche ma anche di risorse culturali. Guardi quand’anche avessimo 1000 docenti in più ma che insegnano l’infermieristica come si insegnava alle scuole convitto degli anni ’70, non avremo risolto i nostri problemi.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine: quale ricetta per impedire che ci siano periferie nella professione?

La periferia della professione è dove regna il si è sempre fatto così che non consente la crescita, spegne sul nascere il pensiero critico e respinge a priori ogni nuova cultura. Questa periferia purtroppo regna trasversalmente sia nelle grandi realtà ospedaliere cittadine sia nei luoghi di cura delle contrade. Per impedire queste periferie la ricetta è solo una: la cultura, l’educazione nel senso e-ducere portare fuori, da un modo di essere infermieri ormai superato.

Grazie Raffaele e buon lavoro!

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