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Roberto Romano non ha dubbi: il futuro dell’infermieristica passa da alcune importi sfide di oggi che non possiamo permetterci di perdere.

Intervista a Roberto Romano, presidente SIIET, che si aggiunge a Cosimo Cicia (OPI Salerno e FNOPI), Stefania Pace (OPI Brescia) e Carmelo Gagliano (OPI Genova) in questa serie di interviste sul futuro e presente infermieristico.

Come vedi l’infermiere tra 10 anni?

Come un professionista sempre più autonomo, capace in primis di prendersi spazi gestionali sul territorio sempre più ampi.

L’infermiere deve essere presente in ogni ambito in cui si parli di assistenza.

L’area domiciliare, la vera scommessa dei prossimi anni, specie nel momento in cui si sta cercando di implementare una vera infermieristica di comunità e famiglia, credo che potrebbe essere il fulcro di questo infermiere 2.0.

Per troppi anni abbiamo visto l’infermiere solo come una figura essenzialmente ospedaliera o, al massimo, di assistenza nelle residenze sanitarie.

La nuova scommessa, che non dobbiamo perdere, è l’infermieristica portata al domicilio del paziente cronico. Non solo questo però.

Nuovi spazi potranno esserci in tutti gli ambiti, dall’emergenza urgenza all’area pediatrica.

Le persone hanno bisogno di assistenza, noi siamo coloro  in grado di fornirla in maniera davvero competente.

Lo vedo inserito nei posti chiave in cui si prendono le decisioni strategiche rispetto alle forme di erogazione delle prestazioni fornite dal Servizio Sanitario Nazionale e Regionale, dove si definiscono i PDTA.

Lo vedo assumere un ruolo vero di pianificazione e, quindi, come case manager in quella assistenza domiciliare che oggi si esplica solo attraverso l’erogazione di singole prestazioni e raramente di effettiva presa in carico.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensi siano i punti essenziali da affrontare?

L’infermiere di domani passa necessariamente da una revisione della formazione.

E’ necessario rivedere tutto l’albero formativo, dal primo livello che necessità una profonda rivalutazione dei contenuti e delle modalità formative dando, nel contempo più forza alla rappresentanza e ai ruoli degli infermieri inseriti in questo contesto.

Il corso di Laurea Magistrale dovrebbe definire con maggiore chiarezza le proprie finalità e pertanto indirizzare i contenuti disciplinari alle funzioni per cui vuole esprimersi: l’attuale percorso deve spingersi maggiormente sulle capacità e funzioni di direzione e alto management e, nel contempo, andrebbe sostenuta, in tutti i contesti istituzionali, una formazione di secondo livello che sappia dare risposte sul piano delle competenze avanzate e delle specializzazioni.

La prescrizione infermieristica o la consulenza infermieristica, necessarie per la decision making di altri professionisti, sono solo alcuni dei diversi temi che si realizzano solo se il processo formativo si completa.

I master devono rispondere ai bisogni di salute, e non essere solo una opportunità per le Università,  trovando concreto inserimento e riconoscimento nel contesto sanitario.

A tutto questo segue poi una presa di consapevolezza del ruolo, seppure in organizzazioni che tendono ancora ad appiattire i professionisti e sono spesso regolate da paradigmi superati.

A tuo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

Mai come negli ultimi mesi gli infermieri hanno visto riconosciuto, almeno a parole, il proprio lavoro.

Hanno mantenuto salda la propria funzione, a volte anche a rischio di se stessi e dei loro cari, per garantire cure e assistenze qualificate e salvavita.

Non mancano gli episodi di aggressione purtroppo, che vanno sempre denunciati, e per i quali le aziende devono assumere tutte le misure necessarie a contenerle e controllarle.

Fortunatamente si parla di episodi sporadici, almeno se si guarda ad i milioni di interazioni giornaliere che ci sono tra infermieri e cittadinanza, ma che non vanno per questo sminuiti specie per quello che concerne l’impatto che hanno su tutta la comunità professionale.

Serve però maggiore cura nella promozione dell’immagine della professione.

Su questo chi è deputato a farlo non ha sempre fatto il massimo e bene, partendo però dal presupposto che quella cura è anche responsabilità di ogni singolo professionista attraverso il proprio agire quotidiano.

Serve anche migliorare la gestione dei servizi. Spesso i colleghi entrano in contrasto con l’utenza per problematiche organizzative sulle quali non hanno nessun controllo o possibilità decisionale.

In generale comunque gli infermieri devono far conoscere di più e meglio quello che sono e quanto è fondamentale per la cittadinanza la nostra professione. Per far questo si agisce in vario modo: Dalla banale pubblicità alla buona relazione al letto del malato.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Un professionista sanitario, per essere tale, non può esimersi dal portare la ricerca nel suo quotidiano.

Come forse sai, quasi esattamente un anno fa, con alcuni colleghi italiani abbiamo fondato la Società Italiana Infermieri di Emergenza Territoriale (SIIET).

E’ un viaggio che ci sta dando grandi soddisfazioni.

Abbiamo creato un comitato scientifico composto da colleghi fantastici provenienti da diverse parti d’Italia e, attraverso di esso, pubblicato alcuni documenti tecnico professionali e scientifici che hanno avuto un buon riscontro di interesse.

Un bel lavoro, a mio parere, che dovrebbe portarci auspicabilmente entro l’anno ad essere riconosciuti come società tecnico – scientifica a livello ministeriale.

Un grande traguardo, per una scommessa nata quasi per caso, che per noi è però solo un punto di partenza.

Ma le società scientifiche devono avere anche un ruolo politico professionale di rilievo. Questo perché i decisori devono avere interlocutori competenti e questi devono essere parte attiva nel disegnare ciò che la Professione deve divenire.

Credo che SIIET si stia ritagliando un ruolo di spessore anche in questo senso.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputi che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

Molto. Servono Professori di infermieristica.

In Italia sono ancora troppo pochi e troppo schiacciati da sistemi universitari ancora troppo medico centrati.

Servono più tutors clinici, e questi devono essere scelti con criteri ben definiti, così come sono necessarie nuove modalità di insegnamento.

La simulazione, ad esempio, dovrebbe essere una metodologia didattica ben più diffusa rispetto a quanto accade.

Per fare questo bisogna però investire nella professione e specificatamente nella formazione, cioè quella parte di essa che ha in mano letteralmente le prossime generazioni di professionisti.

Errori su quest’area rischiano di riverberarsi su molte generazioni future di infermieri.

La mancanza di risorse condiziona fortemente la formazione di base, ma soprattutto la forma mentis del futuro infermiere e la propria percezione del ruolo. Diventa difficile riconoscersi in un ruolo se la propria formazione è in gran parte delegata ad un professionista diverso. La formazione è ancora troppo medica e poco infermieristica.

Come vedi il rapporto con le altre professioni?

Il rapporto deve essere sinergico. Tutti dobbiamo muoverci, e mobilitare le nostre competenze, con il fine ultimo comune di ottenere la migliore qualità delle cure per il cittadino.

Le “guerre di posizione” tra medici ed infermieri, per prendere un tema purtroppo sempre attuale, non hanno senso e non ci appartengono: il nostro interesse è il benessere del cittadino e quindi abbiamo entrambi un grande punto di forza che ci accomuna e sul quale convogliare tutte le forze.

Allo stesso tempo stiamo assistendo ad una crescita della figura dell’OSS. Questa è da guardare con favore, a patto che restino invariati i rapporti di collaborazione tra le due figure.

Ecco, per meglio intenderci, non è affidando all’OSS la gestione esclusiva di una RSA, magari anche attribuendogli la preparazione e distribuzione delle terapie, che si ottiene un miglioramento nell’assistenza.

Meglio più infermieristica, più piani di assistenza ben stilati e vigilati, e nel contempo più operatori socio sanitari che si

occupino di ciò per cui sono formati. Ho sentito anche qualche presidente di Ordine infermieristico cavalcare il treno della maggiore autonomia dell’OSS.

In questo senso è bene porre attenzione a non creare derive pericolose ma, nel contempo, accompagnare questa evoluzione con saggezza.

Come pensi la funzione dell’Ordine professionale?

L’OPI è un contesto di grande responsabilità. Quando gli infermieri sono chiamati, nei diversi ruoli, a rappresentare i loro colleghi in questo contesto si assumono un importante impegno: sia nei confronti di ogni singolo iscritto che dell’intera comunità professionale.

La dimensione di disponibilità e di contributo attivo è quella che spinge all’assunzione di impegni ed attività importanti.

Il sistema sanitario e quello istituzionale, il sistema aziendale e privato devono riconoscere l’OPI quale interlocutore capace di interazione ed integrazione, disponibile al confronto e pronto a favorite tutte le condizioni ed occasioni di sviluppo professionale.

Anche su questo tanta strada è stata fatta ma molta di più ne resta da percorrere.

Ringraziamo Roberto Romano per la gentile intervista concessaci.