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Oggi parliamo del futuro dell’Infermieristica italiana con Mimma Sternativo (segretario generale della FIALS di Milano): “ecco come immagino il professionista di domani, più consapevole ed autonomo”.

Continuano le interviste di AssoCareNews.it ai protagonisti del mondo delle Professioni Infermieristiche, del sindacato e della politica per discutere del futuro della categoria. Questa volta abbiamo ascoltato Mimma Sternativo, Infermiera Magistrale, vecchia amica del nostro quotidiano, ma soprattutto neo-Segretario Generale della FIALS di Milano. Vediamo cosa e come ha risposto alle nostre domande.

Come vede l’infermiere tra 10 anni?

Non saprei dire se 10 anni sia uno spazio temporale più o meno sufficiente per vedere dei cambiamenti. So però come mi piacerebbe vedere l’infermiere tra 10 anni.

Innanzitutto più consapevole della propria azione, autonomia e soprattutto del proprio valore, ma senza confonderlo con il vittimismo che certe volte prende il sopravvento soprattutto nei nostri post pubblicati sui social. Mi piacerebbe un infermiere capace di dire i NO che servono, in piazza come in corsia. Vedere professionisti formati da un’università che non passa il primo anno ad insegnare come fare alla perfezione l’angolo del letto e che veda dietro alle cattedre solo infermieri.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensa siano i punti essenziali da affrontare?

Dovremo imparare ad essere nei tavoli che contano, dove si prendono le decisioni che governano la nostra professione. C’è bisogno che l’infermiere si affacci al mondo sindacale, a quello della politica, ma anche a quello delle società scientifiche, a quello dei mass-media. E’ necessario ridare fiducia e di conseguenza vigore agli ordini professionali, non si può che a votare i propri rappresentanti sia sempre una piccolissima percentuale.

Bisogna essere presenti altrimenti sarà sempre qualcun altro a scegliere e a parlare per noi.

Molte volte sento dire “l’Ordine non fa niente, il Sindacato sta in silenzio, l’università fa questo…” e magari può anche essere vero, ma non possiamo cadere nella tentazione di lasciare il terreno ad altri, se non ci piacciono gli altri bisogna esserci in prima persona.

Poi Il ruolo chiave lo riveste l’università, dovremmo lottare per avere una nostra facoltà in scienze infermieristiche con professori ordinari infermieri, rivedendo senza subbio i piani didattici.

L’infermieristica di domani passa da quella di oggi e il cambiamento può avvenire in pochi mesi o secoli. L’abbiamo visto ora con l’epidemia covid19: pochi mesi hanno risvegliato non solo le coscienze degli infermieri ma anche quella politica e della cittadinanza stessa. E’ in corso un importante cambiamento e dobbiamo esserci.

A suo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

In una manifestazione post periodo emergenziale covid ho contattato io stessa una delle rappresentanze più importanti dei cittadini. Non entro nel merito né dell’associazione, né dei motivi della manifestazione, però credo che coinvolgere il cittadino debba essere il passo da compiere.

Il cittadino deve essere il nostro alleato, ma al di là delle parole, dei congressi o dei grossi titoloni finora non siamo stati capaci di coinvolgerlo.

Il cittadino non ci conosce. L’emergenza Covid ha accelerato questa conoscenza, ma ora dobbiamo alimentare il rapporto affinché si trasformi in una solida “amicizia”.

Certe volte presi dagli importanti carichi di lavoro, rischiamo quasi di vedere il nemico in un paziente. Penso a miei giorni in pronto soccorso,alle attese infinite, ai mille campanelli in medicina, alle minacce, agli insulti, alla continue richieste a cui certe volte diventa difficile rispondere e per questo cittadino e infermiere si allontanano sempre di più…ognuno con le proprie ragioni.

Credo fermamente che una grande differenza in questo circolo vizioso l’abbia fatta la nascita di giornali infermieristici che ogni giorno tentano di raccontare le storie di vita quotidiana dal nostro punto di vista. Dobbiamo però non dimenticare di ascoltare anche l’altro.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Le società scientifiche servono a chiarire a tutti, compresi noi stessi, il nostro ruolo nel mondo della salute. Servono anche a dimostrare che siamo altro rispetto ad una visione ancillare, siamo professionisti con un proprio sapere disciplinare.

Le società scientifiche hanno il ruolo di diffondere la conoscenza su temi specifici ma anche di dare credibilità culturale, morale e indipendenza; devono essere da stimolo a nuove e vecchie generazioni di infermieri.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputa che influisca sulla professione e sui professionisti?

Come dicevo prima l’università è il ruolo chiave.

Credo sia arrivato il momento di passare realmente, e non solo su carta, da “scuola” per infermieri a università con tutto ciò che ne consegue.

Bisogna anche investire e selezionare i docenti sulla loro formazione in primis, valorizzando laurea magistrale e dottorati ma anche in base alla capacità di leadership e competenze per parlare in pubblico e coinvolgere la platea.

Università e corsia dovrebbero parlarsi.

Non bisogna dimenticare il ruolo anche dell’assistente di tirocinio, oggi lasciato un po’ a caso.

Bisogna investire sulla sua formazione, magari con un corso di perfezionamento ad hoc e riconoscerne il valore con un incarico professionale ad esempio.

Poi certamente lo sforzo maggiore sta allo studente e alla sua capacità di appassionarsi.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine: quale ricetta per impedire che vi siano periferie nella professione?

Io credo che ognuno nella vita come nella professione abbia la facoltà di scegliere se vivere al centro o stabilirsi stabilmente nelle “periferie della professione”.

Certo le grandi realtà ospedaliere ti permettono di vedere più casi, incontrare più gente, ma magari le piccole realtà ti permettono di concentrarti e specializzarti su un determinato tema.

Io credo che la curiosità e la passione possano smuovere gli animi a prescindere dal posto in cui risiedi o lavori. E’ l’era della digitalizzazione non abbiamo più scuse come professionisti.

Grazie Mimma, come sempre è stata chiarissima.

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