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Ecco la storia della dottoressa Fabiola Fini, presidente Fimeuc e medico-soccorritore del Pronto Soccorso di Fermo, che si racconta in una intervista rilasciata all’Ansa.

“Interveniamo in momenti drammatici, incidenti stradali, infortuni sul lavoro, malori gravi. Quando le persone hanno solo te come punto di riferimento. Nella gestione del soccorso un medico deve essere freddo per capire come affrontare la situazione, quando la rapidità dell’azione decide tra la vita e la morte. Ma questo non impedisce alle emozioni di farsi largo”. Fabiola Fini è un medico del Pronto soccorso di Fermo, nelle Marche. Essere un soccorritore è la sua passione di sempre, “questo lavoro l’ho abbracciato come la mia strada – dice – è una scelta di vita, lo faccio con entusiasmo e coinvolgimento perché posso dare risposte immediate a chi ha bisogno di cure”.

Ma prestare soccorso non è un lavoro come gli altri. Gli avvenimenti inevitabilmente hanno un impatto emotivo anche su chi per mestiere deve restare lucido e concentrato.

“Nella nostra professione ci viene richiesto di restare distaccati per poter agire al meglio. Quando intervengo cerco di attivare tutte le mie capacità: è una vita che va salvata. Ma come si fa a non restare toccati dalle vite degli altri? Penso ai casi in cui in un incidente sono coinvolti dei bambini, le emozioni si amplificano. Ricordo ancora il viso di un neonato che tentai di rianimare dopo uno scontro in strada avvenuto anni fa mentre la sua famiglia tornava in auto dalle vacanze. Aveva otto mesi, cercai in tutti i modi di far ripartire il suo cuore, non si salvò. Ci ho ripensato per anni”.

Ma non va sempre così, “le possibilità di successo sono legate a molteplici variabili, così come ai tempi dell’intervento. Quando riesce la rianimazione di una persona, dà una grande gioia, è come ridare le gambe a chi le ha perse. Io vivo e lavoro in un piccolo centro, mi è successo tante volte di incontrare in giro, per strada, una persona che avevo rianimato anni prima per un arresto cardiaco o qualche altro motivo ed è una sensazione impagabile. Ti senti parte di un miracolo che è avvenuto”.

“E poi ci sono i familiari – racconta – che ti vengono a ringraziare per tutto quello che hai fatto.

Anche quando le cose non sono andate a buon fine” Fabiola ha 58 anni, la fatica di tanti anni passati per strada a soccorrere persone non pesa sul suo volto solare. Si muove tra un’urgenza e l’altra con l’auto medica, in team con infermiere e autista-soccorritore, con lo zaino carico degli strumenti per la rianimazione: “abbiamo l’ospedale sulle spalle, lavoriamo fuori dalle mura protette di una struttura, dobbiamo tener conto anche della sicurezza. Per esempio, intervenire in una rissa con feriti, significa entrare in una situazione ostile, bisogna rispettare ruoli e protocolli, tenere sotto controllo la situazione per curare al meglio chi sta male continuando a proteggere noi stessi”.

Per fare il medico dell’emergenza bisogna avere anche tanta forza fisica – spiega – e una bella dose di empatia. Quel sentimento che consente a un camice bianco di entrare in contatto con una persona che sta soffrendo, che è sotto shock, che non ha nessuno dei suoi cari intorno e ha bisogno anche di sollievo e incoraggiamento “. Per un medico dell’emergenza-urgenza che si prende cura di tutti quelli che hanno bisogno, avere un famiglia, dei figli a casa a cui non far pesare la propria assenza non deve essere una passeggiata. Specie se oltre che essere soccorritori, si è madri: “Quando i miei figli erano piccoli ho avuto un sostegno notevole dai miei familiari, dalle amiche. Certo non era facile fargli capire che la mamma lavorava il giorno di Natale, di domenica, di notte, ma devo dire che tutti hanno condiviso la mia dedizione. Addirittura mia figlia da piccola era proprio una mia fan”. Ma l’impegno di Fabiola Fini non si ferma al lavoro di pronto soccorso: l’energia di questo medico “con l’ospedale sulle spalle” si esprime anche nell’attività sindacale, e in particolare nella battaglia per rendere omogeneo su tutto il territorio nazionale il servizio di soccorso. “Dopo ben 27 anni dall’istituzione dell’emergenza-urgenza come livello essenziale di assistenza, il sistema funziona ancora a macchia di leopardo, con differenze di intervento territoriali macroscopiche. E’ fondamentale che il cittadino di Reggio Calabria venga soccorso allo stesso modo di chi vive nelle regioni cosiddette virtuose. Questa è una battaglia che bisogna vincere a tutti i costi”.

Una iniziativa fortemente voluta da Fimeuc, la Federazione italiana di medicina di emergenza urgenza e delle catastrofi di cui Fabiola è presidente.