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Coronavirus. Tecnico di Radiologia: “dopo 8 ore di lavoro e sudore ho pianto, avevo paura di infettare i miei cari”.

Coronavirus. Tecnico di Radiologia: “dopo 8 ore di lavoro e sudore ho pianto, avevo paura di infettare i miei cari”.

Emergenza Coronavirus. Ecco la vicenda umana di un Tecnico Sanitario di Radiologia Medica: “lavoro in Lombardia, ieri dopo 8 ore di lavoro ero sudato, deluso, impaurito e sono scoppiato a piangere; non ce la facciamo più”.

I Tecnici Sanitari di Radiologia Medici, assieme ai Medici Radiologi e agli Infermieri della Radiologia continuano ad essere i professionisti più esposti al COVID-19. Oggi vi parliamo di un collega, Nicola (nome di fantasia), che lavora in un noto policlinico lombardo. Ieri è scoppiato a piangere dopo 8 ore di lavoro, in preda non tanto allo sconforto, quanto alla paura di infettare la sua famiglia a casa. Nessuno garantisce i TSRM e i DPI utilizzati spesso sono sempre gli stessi per turni interi. Per cui spesso servono a poco e probabilmente non proteggono affatto.

Bardai dai piedi alla testa, con mascherine FFP2 o FFP3, visiere e tanta voglia di arrivare presto alla fine del turno il nostro interlocutore anche stamattina era al lavoro. Ha paura, sta probabilmente subendo il peso dello stress continuo.

“Ieri sono scoppiato a piangere, mi sono spogliato dopo il turno, ho eliminato tutti i Dispositivi di Protezione Individuale, ho controllato e ricontrollato di non aver toccato nulla in zona pulita e di aver lasciato tutto in zona sporca – ci spiega Nicola – mi sono disinfettato, ho fatto doccia con clorexidina e bagnoschiuma, ma non riuscivo a fermarmi, le lacrime uscivano da sole e non riuscivo a placarle. Qui in Lombardia si respira la morte, sembra una guerra, la terza guerra mondiale. Non possiamo ammalarci, non abbiamo ricambi di personale e dobbiamo pensare ai nostri figli, alle nostre famiglie, ai nostri genitori anziani imprigionati al Sud, in una sorta di quarantena preventiva che hanno iniziato già in autonomia 15 giorni fa”.

“Tutti i giorni chiamo i miei cari al SUD, non solo i miei genitori, ma anche i miei zii, i miei cugini, i miei amici – aggiunge con voce rauca – cerco di tirarli su, di far capire loro che non devono uscire di casa, che è pericoloso, che non si sa da dove può arrivare il Coronavirus, non si conoscono ancora tutti gli infetti, il pericolo di contagiarsi resta elevato soprattutto dopo la fuga di sabato scorso e di ieri sera dal Nord al Meridione”.

Nicola è chiaramente in burnout, non ce la fa più, il pianto non è stato liberatorio fino in fondo, ma cosa deve fare? Non può fare nulla, se non andare al lavoro, tornare a casa, andare a fare la spesa e gestire moglie e figli, cercando a questi ultimi di spiegare che sta accadendo una cosa brutta, ma che con la pazienza presto tutto passerà.

“Quello che accade in Lombardia lo avevo visto solo in un film di fantascienza – conclude Nicola – purtroppo è realtà, qui la gente si ammala, muore tutti i giorni, è stremata dal COVID-19 e dalla paura di contagiarsi. Dopo la crisi le aziende ci dovranno mettere a disposizione ore ed ore di supporto psicologico e garantisci ferie e riposi che ci siamo guadagnati con il sangue e il sudore”.

Resisti Nicola!

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