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Coronavirus e Infermieri del Servizio Emergenza-Urgenza. Intervista esclusiva a Roberto Romano, presidente nazionale della Società Italiana Infermieri dell’Emergenza Territoriale. Un viaggio alla scoperta di colleghi che sono eroi da sempre, ma tra mille paure.

Gli Infermieri dell’Emergenza Territoriale sono i professionisti sanitari che più di tutti sono esposti al pericolo di infezione da Coronavirus, non solo dal punto di vista fisico e infettivologico, ma anche, se non soprattutto, dal punto di vista emotivo-psicologico. Tra mille paure e mille pericoli continua a fare il loro lavoro con una resilienza che non ha eguali.

Abbiamo provato a capire cosa accade in questo specifico settore dell’assistenza intervistando Roberto Romano, presidente della Società Italiana Infermieri Emergenza Territoriale (SIIET), che ci ha fatto scoprire un mondo di sofferenza e di legami professionali per certi versi ancora nascosto. Non aggiungiamo altro, buona lettura.

L’Emergenza Coronavirus ha messo in ginocchio la professione infermieristica, che continua tuttavia a sopportare lo stress con una resilienza mai vista prima. La sua Società si occupa dei colleghi Infermieri impegnati nell’Emergenza Urgenza, ambito assistenziale sotto continua pressione negli ultimi mesi. Potrà resistere ancora a lungo il sistema o rischia di implodere a suo avviso?

Gli infermieri, in molti settings, specie del privato ma non solo, e penso proprio all’emergenza urgenza, hanno vissuto e vivono un momento di grande difficoltà dovuta a questa emergenza.

Una difficoltà che era prevedibile in anticipo guardando ai modelli organizzativi, spesso vecchi di decenni nella concezione, agli organici, in alcune aree ben sotto gli standards di accettabilità e sicurezza, alla confusione che ha regnato, e ancora regna, in molte aree dirigenziali che si sono in qualche caso trovate totalmente impreparate a gestire l’emergenza. Le difficoltà attuali sono state solo accentuate da questa emergenza, ma molte esistevano ed erano conosciute già da prima.

In questo senso ritengo che l’emergenza COVID abbia realmente palesato i professionisti veri ed i dirigenti veri, di ogni livello. Alla fine, in “tempo di pace”, le organizzazioni possono andare avanti anche in maniera quasi inerziale. Il buon dirigente, così come il buon professionista clinico, spesso si vede nel momento in cui è necessario uscire dagli schemi assumendosi responsabilità. Non tutti ci sono, purtroppo, riusciti. Questo in parte è dovuto alle caratteristiche personali e professionali ed in parte al modo in cui le nostre organizzazioni sono concepite.

Per rispondere alla sua domanda gli infermieri si sono ancora una volta dimostrati uno degli anelli maggiormente resilienti della catena sanitaria. La resilienza, in un sistema, è fondamentale. Bisogna però che le organizzazioni non si approfittino di essa utilizzandola per “vivacchiare” non ponendo tempestivamente i correttivi necessari. Se questo accade i professionisti rischiano prima di perdere fiducia nell’organizzazione nella quale operano e poi di “bruciarsi”.

Ora c’è bisogno di dare risposte concrete a quegli “eroi” involontari, acclamati a furor di popolo, ma che rischiano di essere troppo velocemente dimenticati. Quella che si intravede all’orizzonte potrebbe, e dovrebbe essere, una stagione di riforma vera della professione infermieristica e di revisione del modo in cui questa è valorizzata nel sistema sanitario nazionale. Una stagione nella quale rivedere realmente le competenze, sulle quali da troppo tempo discutiamo senza quagliare, i livelli contrattuali, al momento ridicoli se paragonati a responsabilità e rischio, e la formazione, per la quale non ci si può più esimere dal discutere fattivamente di una laurea magistrale ad indirizzo clinico e di una revisione per la laurea di primo livello e dei master clinici accanto ad una valorizzazione, anche contrattuale, delle competenze non formali. Tutto questo accanto ad una altrettanto seria e fondamentale discussione sugli organici, per quello che riguarda il livello qualitativo e quantitativo, senza la quale ogni altro discorso diventa inutile.

Come SIIET ha lanciato, in collaborazione con FNOPI e il dott. Massimo Picozzi una survey sulla “paura” tra gli Infermieri. Ci può dare alcune anticipazioni in merito?

Si, anche se ancora preferisco non dire troppo a riguardo. Stiamo, mi pare, facendo un gran bel lavoro e, collaborando con un personaggio della caratura di Massimo Picozzi, credo non potesse essere altrimenti. La Survey è soltanto una piccola parte di questo lavoro. Ci ha aiutato ad acquisire conoscenza sul “sentire” degli infermieri. Devo dire che le risposte, avute in poche ore, hanno portato a comprendere quali fossero davvero le preoccupazioni dei colleghi del SET 118 riguardo al COVID. Poche, davvero, sono state le risposte in cui i colleghi hanno esternato preoccupazione per se stessi. La preoccupazione è stata quasi sempre rivolta verso pazienti e familiari. Non è strano….siamo una professione di cura e, in questa situazione, abbiamo dimostrato di esserlo a tutto tondo, con la nostra professionalità ma anche con la nostra grande umanità.

La survey come dicevo è stata un primo passo. A breve sarà pronta una FAD dedicata agli operatori sanitari, quindi anche a noi infermieri, proprio su questo argomento. Il Professor Picozzi sta prestando la sua opera gratuitamente e ha chiesto a SIIET, accanto a FNOPI e ad altre realtà della sanità italiana, una mano per quanto di nostra competenza. Ce la stiamo mettendo tutta per dargliela, con il supporto dell’organizzazione del congresso di Riva del Garda che era previsto per Marzo e che è stato rinviato, per causa di forza maggiore, ad Ottobre, oltre che di Format SAS, realtà con cui SIIET ha creato una grande sinergia.

Gli Infermieri dell’Emergenza Urgenza sono i professionisti in prima linea nel soccorso a Pazienti con Covid-19 o sospetto Covid-19. Lo stress emotivo a cui sono sottoposti quotidianamente porterà sicuramente a dei “disturbi” di natura psico-fisica in futuro. Cosa intende fare o ha già in essere la sua organizzazione per far fronte a questo problema e aiutare i colleghi eventualmente colpiti dalla Sindrome da Stress Post Traumatico?

L’assistenza psicologica ai colleghi che lavorano in emergenza urgenza è un tema di cui si discute poco e male. Si dovrebbe far fronte al problema, che è molto più diffuso di quanto si voglia ammettere, costruendo giorno per giorno, fuori dall’emergenza del momento e fino dalla formazione universitaria, una cultura del “prendersi cura” del professionista.

Non abbiamo bisogno di eroi o, tantomeno, di supereroi. Abbiamo bisogno di professionisti che siano in grado di osservarsi, anche tra loro ma non solo, e di prendersi cura di se. Perché senza la cura di se non esiste una buona cura dell’altro. In questa emergenza abbiamo visto fiorire numeri telefonici di ascolto rivolti ai professionisti.

Una risposta emergenziale, che anche come SIIET abbiamo voluto dare fornendo assistenza telefonica gratuita ai nostri iscritti e a tutti i colleghi del SET118 nazionale, anche se non iscritti SIIET. Noi l’abbiamo fatto attraverso psicoterapeuti esperti in psicologia dell’emergenza e assistenza agli operatori sanitari garantendo una media di circa quaranta ore settimanali di risposta telefonica o in video.

Questo però non è sufficiente. Se si risponde solo in emergenza, come quasi tutti stanno facendo, si getta una goccia nel mare e nulla più.

Abbiamo bisogno di psicologi nei sistemi di emergenza accanto, continuamente e non solo nel nome to in cui il bisogno si palesa, ai nostri professionisti. Psicologi che si prendano cura dei professionisti e non solo, peraltro con numeri assolutamente non sufficienti, degli utenti. Come SIIET lavoreremo ad ogni livello affinché si raggiunga questo risultato.

Secondo lei il sistema dell’Emergenza-Urgenza ha avuto o ha ancora delle “pecche” nella gestione del soccorso ai tempi del Covid-19?

Il sistema di emergenza urgenza nazionale è troppo variegato. Non esistono modelli organizzativi comuni, talvolta neppure tra provincie della stessa regione. Ancora regna la “logica del feudo”. Non c’è più spazio per questo. Il sistema deve essere ridisegnato e ad esso deve essere restituita la mission per il quale è stato costituito: la gestione dell’emergenza territoriale.

Ancora troppe sono le lacune di una assistenza territoriale mal gestita, e spesso peggio disegnata, che si riversano ogni giorno sul 118 distraendolo da quello che realmente dovrebbe fare.

Serve implementare, sul territorio, una medicina di base più forte accanto ad una infermieristica di comunità e famiglia estremamente capillarizzata e parte di forti reti territoriali. Anche il 118 dovrebbe essere maggiormente parte di queste reti e non essere solo chiamato ad intervenire quando queste non esistono o non funzionano. C’è bisogno di maggiore programmazione e visione del sistema migliore per fornire assistenza di qualità. Questo lo si può fare solo in una logica di vera interprofessionalità sia operativa che gestionale.

I colleghi Infermieri impegnati nell’ambito dell’Emergenza-Urgenza spesso percepiscono stipendi da fame e sono poco considerati dal punto di vista professionale. Eppure vengono definiti spesso eroi. La sua ovviamente non è una organizzazione sindacale, ma non crede che anche la SIIET possa fare la voce grossa per chiedere i giusti riconoscimenti economici, sociali, culturali e professionali per la categoria?

Come dicevo non abbiamo bisogno di eroi. Gli eroi di solito sono ricordati dopo aver fatto una brutta fine. Noi abbiamo bisogno che la nostra professione venga finalmente valorizzata. Credo che non avessimo bisogno di dimostrare molto già prima del Coronavirus. A maggior ragione adesso, per chi ne aveva bisogno, abbiamo dimostrato quanto vale la nostra figura e quanta importanza riveste nel sistema salute. I contratti devono essere rivisti e la valorizzazione, questa volta, deve essere reale. Non dobbiamo però scordarci di quei sistemi di emergenza territoriale che basano una quota parte della forza professionale infermieristica sulla libera professione. Anche in quell’ambito sarebbe opportuno gettare un occhio attento. Troppe disparità tra dipendenti e liberi professionisti, questi ultimi spesso vittime di contratti capestro che annullano totalmente i loro diritti, che vanno dal inquadramento contrattuale alla possibilità di ricevere formazione e, di conseguenza, abbassano il livello. Ho avuto racconti di colleghi obbligati a pulire le stanze dove soggiornano perché qualche cooperativa non vuole stipulare contratti con imprese delle pulizie. Noi, come SIIET, possiamo parlare della parte scientifica e tecnica della nostra professione ma chi deve occuparsi di questi aspetti cosa attende a girarsi e guardare, finalmente, dalla parte giusta?

Come cambierà a suo avviso il sistema del soccorso in Italia dopo questa emergenza?

Dipenderà molto anche da noi. Da chi sceglieremo di farci rappresentare ad ogni livello. Sindacale, ordinistico e politico. Dipenderà da quanto saremo disposti, dopo quanto è accaduto e sta accadendo, a scendere ancora a compromessi al ribasso.

Questo vale per la nostra figura. Il sistema generale invece credo che subirà delle revisioni. Questo potrà anche portare a reali opportunità di miglioramento, se queste revisioni saranno condivise con e tra tutti gli attori, o potrà portare l’ennesima riforma monca se gestite da solisti senza rappresentatività. Gli infermieri dovranno avere lo spazio che meritano nel sistema. Ne ha bisogno la popolazione e non si può rimandare ancora. L’infermieristica ha fatto passi da gigante, specie nell’emergenza urgenza, negli ultimi venti anni. Questi passi adesso vanno resi sempre più strutturali e concreti avendo anche il coraggio di scrivere norme nuove ed avanzate che portino gli infermieri ad avere sempre maggiore responsabilità ed autonomia in un sistema sinergico, fatto da medici, infermieri e soccorritori, nel quale ognuno abbia ruoli e ambiti di responsabilità ben definiti. Fondamentale sarà, come dicevo prima, il concetto di rete, in primis tra professionisti. Di questo e di molto altro dovremo discutere, insieme ai presidenti delle maggiori società scientifiche, alle federazioni e alla politica al prossimo congresso sull’emergenza di Riva del Garda, a Ottobre. Quella potrebbe essere, e speriamo che lo sarà, una splendida rampa di lancio per una nuova visione del sistema.

L’apporto degli Infermieri dell’Emergenza-Urgenza nei confronti delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) è oramai quotidiano. Grazie alla velocità dei soccorsi si sono potute evitare o limitare ulteriori stragi. Cosa non ha funzionato secondo lei nel rapporto tra Ospedale e Territorio?

In generale mi viene da ripetere la mancanza di una rete ben definita e strutturata. Credo però che sia giusto attendere a fare valutazioni approfondite su quest’ambito specifico. Ci sono ancora troppi morti e, su alcune situazioni, dovrà doverosamente fare luce la Magistratura.

Qual è l’augurio che vuole fare ai suoi colleghi che lavorano le sistema 118 e in pronto soccorso?

Gli auguri sono due. Il primo è che tutto finisca presto, anche se forse non sarà così, e che tutti noi si possa tornare prima possibile ad abbracciare i nostri cari senza aver paura di fare loro del male a causa del lavoro che facciamo. Il secondo è che gli sforzi fatti, i molti colleghi finiti in ospedale o, in qualche caso, deceduti, siano ricordati nei fatti e non in vuote commemorazioni. Credo che gli infermieri, questa volta, non potrebbero e non dovrebbero davvero tollerarlo.

Grazie Presidente.