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Nicola Colamaria (dirigente SIIET): “la prossima sfida dell’assistenza infermieristica si giocherà nelle periferie e direttamente a casa del Paziente”.

Continuiamo con le interviste ai personaggi più importanti o emergenti dell’Infermieristica italiana di oggi e di ieri. Questa volta parliamo del futuro della professione con Nicola Colamaria (dirigente SIIET e iscritto all’OPI di Rimini). Con lui facciamo il punto sulle problematiche attuali e su come cambierà il nostro lavoro nel prossimo futuro.

Come vedi l’infermiere tra 10 anni?

Fra dieci anni un buon numero di colleghi, me compreso, sarà vicino alla pensione e avrà notevoli difficoltà a reggere gli attuali e i futuri ritmi di lavoro. Le statistiche ci dicono che l’età media degli infermieri si sta avvicinando pericolosamente ai 50 anni per cui è abbastanza semplice ipotizzare lo scenario futuro.

L’infermiere fra 10 anni sarà sostanzialmente anziano con un carico di lavoro insostenibile!

Gli infermieri sono pochi, quelli under 30 ancora meno, per farsi carico della futura e sempre più complessa assistenza infermieristica.

Occorrono puntuali strategie di investimento e questo deve essere delineato in maniera chiara ed inequivocabile ai decisori politici.

Le rappresentanze professionali in generale e quelle ordinistiche, in particolare, nel prossimo futuro dovranno impegnarsi principalmente in questa direzione.

Il fabbisogno di personale è stato fotografato puntualmente dallo studio RN4CAST, c’è bisogno di un maggior numero di infermieri, che facciano gli infermieri, in ospedale e sul territorio.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensi siano i punti essenziali da affrontare?

L’ambito di intervento prioritario a mio avviso è quello universitario. L’infermieristica di oggi la si insegna nelle università dove i docenti sono per la gran parte medici che conoscono poco o nulla dell’infermieristica moderna. I programmi di studio dal canto loro, in diverse realtà, prevedono ancora che agli studenti venga insegnato il rifacimento del letto oppure la cosiddetta “locanda”.

La formazione dell’infermiere moderno deve essere riservata a docenti universitari infermieri e la disciplina infermieristica deve poggiare de facto su solide basi scientifiche e culturali, aggiornate alle evidenze e non alle esigenze delle aziende sanitarie. Fondamentale per lo sviluppo della professione è, e lo sarà sempre più, la ricerca scientifica.

La formazione post-base dovrà essere finalizzata alla creazione di professionisti specializzati e come tali infungibili che possano diventare il fulcro delle moderne equipe assistenziali, in ambito ospedaliero e territoriale.

L’infermiere di domani sarà inevitabilmente figlio del futuro contratto di lavoro che, a mio avviso, dovrebbe essere discusso separatamente, come avviene per la professione medica, per poter valorizzare e premiare la crescita e gli investimenti del professionista. Non dimentichiamo che l’attuale sistema contrattuale è una delle cause della de-professionalizzazione che demotiva e allontana dalla professione. Ad oggi l’infermiere è, in assoluto, il professionista sanitario più fungibile e più appetibile per i datori di lavoro; nella scarsità di risorse economiche le aziende hanno divaricato oltre misura la forbice del campo di attività dell’infermiere, con il bene placido di una parte della dirigenza infermieristica e di alcuni ordini professionali. Lo stesso professionista oggi è chiamato a posizionare al letto del paziente un accesso venoso ecoguidato PICC-line e pochi minuti dopo a cambiare le lenzuola del letto accanto.

L’infermiere di domani, infine, dovrà necessariamente uscire dall’ospedale e farsi carico dell’assistenza alla famiglia e in questo ambito deve svilupparsi una parte corposa della formazione post-base.

A tuo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

Organizzazioni carenti, scarsità di risorse, carichi di lavoro eccessivi e, non in ultimo, una mediocre qualità dell’informazione giornalistica hanno contribuito negli anni a screditare l’intero SSN e i professionisti che ci lavorano.

A mio avviso non è l’immagine degli infermieri ad essere messa in discussione quanto singoli episodi che, complice l’enorme cassa di risonanza dei social, irrompono sui cellulari di milioni di persone. Troppo spesso si leggono artificiose, quando non fantasiose, interpretazioni di fatti realmente accaduti in grado di minare il naturale rapporto di fiducia che è alla base di una qualunque relazione di aiuto.

Sono convinto che siano pochi i cittadini che consciamente nutrono dubbi sulla qualità degli infermieri italiani, la cui preparazione è peraltro internazionalmente apprezzata. L’attuale pandemia ha finalmente reso giustizia al ruolo cruciale che la professione infermieristica ricopre concedendole una notevole visibilità mediatica. In diverse occasioni si è data voce agli infermieri che sono riusciti a parlare del proprio lavoro e del valore aggiunto che questo apporta all’assistenza sanitaria. Occorre proseguire in questa direzione, ampliando e ricercando nuovi spazi comunicativi per rappresentare ai cittadini il ruolo dell’infermiere all’interno del SSN.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Un argomento al quale sono particolarmente sensibile; questo mese ricorre il primo compleanno di SIIET, la Società italiana degli infermieri di emergenza territoriale, della quale sono socio fondatore e attuale tesoriere nazionale.

Lo scopo delle società scientifiche, augurandoci che anche la nostra lo diventi a breve, è quello di fare ricerca, produrre letteratura, divulgare evidenze e dar voce ai professionisti che rappresentano. L’infermieristica per crescere ha necessità di essere rappresentata dal punto di vista scientifico e politico-professionale da chi possiede la preparazione, la competenza e le evidenze, che sono proprie di una società scientifica.

Le società scientifiche, e quelle infermieristiche in particolare, per nascere e svilupparsi hanno bisogno però di risorse economiche, del supporto di strutture e spazi e, in particolar modo, di relazioni professionali e interprofessionali. Gli ordini giocano un ruolo cruciale in questa partita, è impellente uscire dai canonici campanilismi per creare alleanze e sodalizi indispensabili alla crescita professionale.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputi che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

Influisce notevolmente. Come già accennato, servono risorse accademiche, ricercatori e docenti MED/45, sostegno ai tutor e investimenti sulle strutture e sulle attrezzature. Per apprendere l’infermieristica non sono più sufficienti le canoniche lezioni accademiche sulle teoriche del nursing e sulle patologie.

I tutor accademici e clinici hanno una funzione imprescindibile. I primi dovrebbero avere a loro disposizione dei laboratori moderni con attrezzature e manichini ad alta fedeltà che consentano loro di servirsi delle moderne strategie di simulazione. I tutor clinici, dal canto loro, dovrebbero essere posti in condizione di pianificare un percorso di affiancamento che possa essere sostenibile per il professionista che oggi, mentre affianca lo studente, deve sostenere il proprio carico di lavoro, al pari degli altri colleghi. Il rischio concreto è che lo studente si trovi ad eseguire manovre tecniche senza sperimentare mai concretamente la presa in carico del paziente.

La formazione infermieristica post-base, a mio avviso, andrebbe incentivata dal punto di vista contrattuale ma anche economico. Le aziende sanitarie pubbliche e private che necessitano sempre più di infermieri specializzati, potrebbero sperimentare forme di sostegno riservate ai professionisti che vogliono accrescere le loro competenze per spenderle nel proprio ambito professionale. In tal modo si andrebbe ad incidere contestualmente sulla crescita della professione, sulla qualità dell’assistenza e sulla soddisfazione dell’utente e del professionista stesso.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine: quale ricetta per impedire che ci siano periferie nella professione?

Non credo ci siano periferie nella professione. Indubbiamente le grandi realtà ospedaliere si stanno via via trasformando in centri hub all’interno dei quali le specializzazioni si perfezionano e settorializzano. A chi lavora in queste realtà sono richieste competenze specifiche (pensiamo ad esempio all’infermiere che presta servizio nel laboratorio di emodinamica o nelle stroke unit) che sono diverse da quelle, generalmente a più ampio respiro, che deve possedere chi presta servizio nei centri periferici oppure a domicilio.

Il mio auspicio è che il ventaglio di competenze diverse rappresenti il frutto della formazione post-base che il professionista del futuro saprà ritagliarsi su misura.

Non dimentichiamoci che la prossima sfida dell’assistenza infermieristica si giocherà proprio nelle periferie, a casa del paziente.

Grazie Nicola e buon lavoro!

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