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Parla Adamo Bonazzi (segretario nazionale FSI USAE): “possiamo essere d’accordo nel togliere i Concorsi in Sanità, ma occorre fare attenzione alla corruzione; servono maggiori posti di lavoro al Sud”.

Iniziamo oggi una carrellata di interviste a personaggi del mondo del Sindacato e della Politica. Partiamo con una lunga intervista ad Adamo Bonazzi, segretario nazionale di FSI-USAE, tra i sindacati italiani più conosciuti, anche se in fase di chiaro rilancio per via di alcune vicissitudini intestine poi risolte, ma che hanno penalizzato l’intera struttura organizzativa del gruppo.

A Bonazzi abbiamo posto alcune domande “imbarazzanti” cercando di capire come si muoveranno i sindacati e i sindacalisti ai tempi del Covid a favore dei lavoratori e contro lo strapotere di aziende e dirigenze. Come sarà il futuro occupazionale e professionale di Medici, Infermieri, Infermieri Pediatrici, Ostetriche/i, Oss, Professioni Sanitari e altre figure tecniche del SSN pubblico e privato? Scopriamolo assieme. Anche per questo vi consigliamo di leggere fino in fondo questa intervista (bastano 4 minuti).

Di recente il nostro quotidiano ha lanciato la proposta di bloccare tutti i concorsi pubblici in sanità e di passare a metodi più moderni ed affidabili di selezione del personale, così come avviene in altre realtà d’Europa e del mondo. Rispetto a questa proposta come si pone il suo sindacato?

Riteniamo interessante la proposta di passare a metodi più efficienti ma, purtroppo in Italia, oggi, non ci sono condizioni alternative all’effettuazione di concorsi per le assunzione nella pubblica amministrazione. Inoltre abbiamo visto che laddove è stato utilizzato il metodo della selezione diretta, invece di diminuire, i casi di corruzione sono assolutamente aumentati. Siamo quindi contrari, in questa fase, all’abolizione dei concorsi che riteniamo necessari anche per garantire la meritocrazia. La meritocrazia, infatti, passa anche dal controllo dei titoli. In caso di blocco dei concorsi ci sarebbero poi da valutare tutte le ricadute di una eventuale ulteriore proroga di graduatorie esistenti sulla meritocrazia. E’ del tutto evidente che in questo caso, scorrendo le liste ed andando a prendere anche gli ultimi arrivati, si va ad azzerare quella che è la graduatoria di merito; non possiamo essere per la meritocrazia da un lato e per l’abolizione della meritocrazia con l’usufruizione delle graduatorie per intero dall’altro. Siamo invece favorevoli ad un nuovo processo di stabilizzazione con le opportune garanzie circa i requisiti professionali e a processi selettivi più snelli.

Dopo il rinvio del mega-Concorso per Infermieri in Puglia sono in forse anche altre selezioni. Il pericolo di assembramento e di contagio è spesso troppo elevato e i Governatori regionali non se la sentono di rischiare e far rischiare i professionisti. Le sembra esagerata la scelta di Michele Emiliano?

Sì, ci sembra decisamente esagerato il comportamento del governatore Emiliano il quale va a bloccare delle procedure concorsuali con la scusa del COVID quando in realtà come ha dimostrato un’altra regione (cioè l’Umbria) è possibile effettuare i concorsi in sicurezza e anche con numeri molto elevati. La scelta di Emiliano, evidentemente, è una scelta politica che non ha nulla a che vedere con le norme sanitarie. Probabilmente, Emiliano, vuole gestire politicamente il concorso in altro modo, vuole avere cioè la certezza di poter smistare i vincitori nelle varie aziende della Regione per trarne un beneficio politico. Una scelta come quella di Emiliano, però, rischia di mettere in grave crisi il sistema sanitario regionale; lasciare sguarnite le corsie in un momento emergenza sanitaria come questo è un errore che un Presidente di regione (che fa anche le veci di assessore alla Sanità) non dovrebbe mai commettere.

Migliaia di Medici, Infermieri, OSS e Professionisti Sanitari provenienti dal Sud vogliono tornare a casa attraverso il comando o le mobilità, ma le aziende, con la scusa del Covid, bloccano di fatto i trasferimenti in entrata e in uscita. Come si potrebbe risolvere a suo avviso questa “impasse”?

Il fatto che migliaia di persone vogliano rientrare al paese di origine è del tutto naturale e legittimo, ma contrasta con le norme che le aziende hanno preteso e voluto inserire nei contratti collettivi nazionali di lavoro che prevedono dopo l’assunzione un periodo di almeno tre anni di permanenza nell’azienda che ha bandito il posto; le aziende ritengono infatti che dopo aver investito sul personale con l’assunzione e la relativa formazione organizzativa, di dover beneficiare per un periodo minimo di quell’investimento. Il problema vero, quindi, è la poca disponibilità di posti di lavoro nel nostro meridione. Nel nostro paese, oggi, siamo passati da un numero di posti letto di 5,5 per 1000 abitanti a 3,5 posti letto per 1000 abitanti; ma ci sono luoghi del meridione dove questa percentuale non è nemmeno rispettata; cioè ci sono posti in cui i posti letto per abitante non arrivano a 3,5 per 1000. La politica sanitaria e la programmazione universitaria di quelle regioni, evidentemente, negli ultimi decenni sono state insufficienti o comunque carenti. E questo è un problema; perché se noi avessimo un numero di posti letto per abitante adeguato o almeno sufficiente, potremmo avere nuovi ospedali di prossimità, una rete sanitaria ospedaliera e territoriale efficiente e tuteleremmo il bene salute al cittadino, cosa che è prevista dalla costituzione, ma potremmo anche garantire quei posti di lavoro che oggi non ci sono. Certo, questo significherebbe attuare un’inversione di tendenza rispetto alla spending review del 2010, quando cioè sono stati tagliati più di 200 ospedali in Italia, ma sarebbe un inversione di tendenza a tutto beneficio della qualità della vita.

I premi Covid promessi dal Governo e dalla Regioni sono arrivate spesso a singhiozzo agli operatori sanitari e socio-sanitari. Perché secondo lei è così difficile in Italia premiare chi lavora e rischia sulla propria pelle?

Purtroppo in Italia c’è ancora una condizione ed una percezione medicocentrica della sanità in cui i cittadini non hanno nemmeno ben chiaro quali siano i meccanismi con cui è garantita la propria salute. Pochi ad esempio sanno che il sistema dei medici di famiglia non è garantito da dipendenti del Servizio sanitario nazionale ma attraverso l’affidamento di una convenzione a medici, imprenditori liberi professionisti, privati. Ma proprio questi ultimi sono quelli che arrivano nelle case del cittadino elettore condizionandone le scelte. Dunque la classe politica ha ancora poca considerazione dei propri dipendenti perché essi per il cittadino, alla fine contano meno, del convenzionato. Poi ci sarebbero molte altre considerazioni da fare ma il nodo principale è questo. Il freno a mano a cambiamenti significativi si annida nella contraddizione più basilare ed evidente.

Da tempo gli Infermieri, le Ostetriche e le altre Professioni Sanitarie chiedono di uscire dal Comparto Sanità e di essere trattati professionalmente ed economicamente come dei veri dirigenti. Qual è la posizione del suo sindacato in merito?

Non vorrei essere frainteso e tanto meno strumentalizzato. Siamo a favore. Ma purtroppo l’uscita dal comparto in sé non risolverebbe nulla. Quindi tale rivendicazione rischia di restare un bello slogan. Il problema oggi, evidentemente, è l’intreccio normativo e contrattuale che si è creato. I comparti sono istituiti per legge. La legge 43 del 2006 colloca le professioni nel comparto. Creare un comparto apposito per le professioni non garantirebbe in sé degli aumenti di stipendi consistenti perché lo scorporo sarebbe fatto sulla base delle risorse contrattuali odierne. E qui veniamo al nodo gordiano della vicenda. Noi abbiamo indicato la strada nel CCNL 2016-2018. La commissione per le revisioni della classificazione del personale e il finanziamento straordinario di tale revisione. E’ un processo che non è ancora terminato e su cui noi abbiamo investito molto. Ci crediamo anche se ci sono organizzazioni sindacali di categoria che stanno facendo di tutto per boicottarlo.
Le nostre proposte sono serie e sensate. Non demagogiche e sono proposte che garantirebbero un riconoscimento immediato per le professioni. Ma noi non siamo gli unici nel panorama sindacale. Dobbiamo fare i conti con chi questa emancipazione non la vuole e anche con chi blatera rivendicazioni senza senso perché non ha chiaro come funzionano le cose nella sanità.

Tra non molto ci si ritroverà in campagna elettorale per il rinnovo degli RSU e successivamente del CCNL. Quali sono le proposte del suo sindacato agli iscritti e ai simpatizzanti per migliorare la loro vita lavorativa?

È vero tra poco ci ritroveremo nuovo nell’agone del rinnovo delle RSU e il contratto è scaduto già da 2 anni e quindi sarebbe ora di procedere al rinnovo, ma siamo anche al via di una possibile nuova ondata di SARS-COV2 che potrebbe far ripiombare la sanità un nuovo periodo di emergenza; cosa che, inevitabilmente, farebbe slittare in avanti le trattative per il rinnovo contrattuale. Ciò non di meno la nostra organizzazione ha idee ben chiare su quali sono gli obiettivi contrattuali. Come ho già accennato in una risposta precedente, Noi abbiamo lavorato seriamente per la revisione della classificazione contrattuale del personale ed abbiamo chiesto al Comitato di settore, cioè ai rappresentanti della parte datoriale di lavoro, di mettere nel piatto le risorse extracontrattuali necessarie per garantire, dentro la nuova revisione contrattuale, un riallineamento delle posizioni professionali ed economiche ai nuovi inquadramenti professionali.
Al netto di questo incremento del fondo la nostra organizzazione ritiene che per avere un minimo di riallineamento contrattuale siano necessari aumenti di € 250 mensili pro capite. Crediamo che, il personale tutto, meriti questo riallineamento stipendiale medio. Al di sotto di tali aumenti, per gli operatori sanitari, sarebbe una presa per i fondelli.

Parliamo di Operatori Socio Sanitari. Da tempo sono in cantiere alcune proposte di riforma del settore a partire dalla formazione degli OSS, dal loro ruolo di subalternità agli Infermieri e dell’aggiornamento necessario del Profilo (Accordo Stato-Regioni del 2001). Qual è la posizione del suo sindacato rispetto a questi operatori?

La nostra posizione sugli operatori socio sanitari è, ed è sempre stata chiara: intanto per noi non sono operatori del settore tecnico ma sono operatori sanitari a tutti gli effetti; e come tali hanno diritto ad accedere a tutte le indennità che sono riservate al personale sanitario. Inoltre Noi abbiamo già presentato nelle due legislature precedenti un disegno di legge che prende atto del fallimentare processo di formazione avanzata per il cosiddetto “operatore con la terza S” . Il nostro progetto prevede che l’operatore socio sanitario sia collocato nell’area socio-sanitaria fra il personale sanitario; che abbia uno sviluppo di carriera proprio e con la possibilità di crescere ulteriormente con l’introduzione di una nuova professione sanitaria da istituirsi secondo le regole ora fissate dalla legge 3 del 2018 a cui l’OSS abbia una corsia preferenziale di accesso.

Insomma per noi l’operatore socio sanitario è un professionista che ha competenze proprie e che non è subalterno ad alcuno. Collabora semmai con gli altri professionisti che hanno competenze e percorsi formativi diversi.

Qual è il suo sogno nel cassetto per fare del suo sindacato il punto di riferimento di tutti i professionisti sanitari e socio-sanitari?

Il “sogno nel cassetto” per il sindacato che rappresento è quello di veder realizzate sul piano contrattuale le idee di tutte le battaglie che il nostro sindacato ha fatto per gli operatori e per i professionisti della sanità che stanno nel comparto; non dimentichiamoci che negli ultimi anni, a causa di programmazioni e leggi in parte sbagliate, i professionisti sanitari del comparto, le 22 professioni sanitarie del comparto, sono in uno stato di stress continuo, dovuto ad una carenza costante di personale ed a un aumento della responsabilità professionali, ad una insoddisfazione galleggiante (dovuta al mancato riconoscimento delle proprie competenze e del proprio valore professionale). Questa battaglia per noi è stata fondamentale. Riteniamo che sia giunta l’ora che questo riconoscimento ci sia. E riteniamo che questo riconoscimento ci debba essere dentro il contratto collettivo nazionale di lavoro. Ovviamente, il riconoscimento del ruolo e delle competenze deve essere accompagnato da un adeguato aumento degli stipendi. Infine sogno di vedere finalmente infranto quel tetto di cristallo che aleggia sopra le professioni; l’accesso alla dirigenza deve essere aperto alle professioni sin da subito e con percorsi chiari, semplici e trasparenti.

Grazie Segretario e buon lavoro!

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Stop ai Concorsi Infermieri, OSS e Professioni Sanitarie: assunzioni dirette nelle ASL. Iniziativa di AssoCareNews.it e di alcuni deputati, senatori e consiglieri regionali.