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Tonino Aceti, portavoce della Federazione Nazionale Professioni Infermieristiche: “gli Infermieri cambieranno dopo la Pandemia da Covid-19 e lo faranno in meglio; necessita di rispetto e considerazione”.

Come cambierà la Professione Infermieristica in Italia dopo la Pandemia da Coronavirus? Lo abbiamo chiesto a Tonino Aceti, portavoce della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI), che è stato molto chiaro nelle sue risposte, motivato anche dalle carenze e dalla resilienza della categoria negli ultimi mesi. Lo abbiamo fatto in occasione della Giornata Internazionale dell’Infermiere. Vediamo cosa ci ha risposto.

Gli Infermieri italiani sono messi a dura prova dall’emergenza coronavirus. Oltre 9600 sono gli infetti acclarati da Covid-19 e, secondo un nostro calcolo in 35 sono deceduti, senza dimenticare in collega Generico. Quali sono secondo lei i motivi di questi grandi numeri?

Mi sembra abbastanza ovvio ormai: i rifornimenti di DPI sono stati oggetti di rilevanti criticità dal punto di vista della tempistica della distribuzione/consegna. Anche con alcune difficoltà iniziali legate alla tipologia dei dispositivi inviati, più adatti spesso alla popolazione che non agli operatori sanitari.

Questo è un problema che, come per la normale rilevazione di casi e decessi, porta uno strascico di positivi che viene da più lontano: gli infermieri anche se numericamente sono sempre pochi rispetto alle necessità, non hanno mai smesso di essere presenti accanto ai cittadini e ai malati e le conseguenze sono anche queste.

Poi c’è la questione dei tamponi, ancora aperta perché le gare per avere disponibilità di reagenti sono state indette da poco, mentre è evidente la necessità di un controllo per chi si trova più di dodici ore al giorno a contatto con i malati.

Probabilmente questo tipo di virus ha colto tutti di sorpresa con effetti e diffusione che non potevano essere noti a nessuno. In questo senso era difficile da evitare, come mostra la sua diffusione pandemica. Ma semmai da noi si poteva contenere meglio se proprio le professioni sanitarie fossero state ascoltate prima e non fossero state sacrificate – soprattutto numericamente – nel nome dell’economia.

La Pandemia da Coronavirus in Italia non ha prodotto solo infetti e morti tra gli Infermieri, ma anche “rinunce” alla Professione, ovvero colleghi che hanno deciso di abbandonare o stanno per farlo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. E’ solo paura di infettarsi o la punta dell’iceberg di un malessere diffuso che già covava da tempo?

La paura del contagio ha sicuramente trovato terreno fertile in chi non è ancorato alla volontà di svolgere questa professione e probabilmente – ma non ho dati in proposito – può anche aver determinato qualche abbandono.

Tuttavia soprattutto sul territorio dove si è rivelato il vero “problema nel problema” legato in particolar modo alle RSA e alle strutture per anziani, gli infermieri hanno mostrato il loro valore e la loro tenacia, andando spesso anche come volontari a dare supporto clinico e anche psicologico e morale, nonostante la carenza in questo caso decisiva di DPI, ma anche di personale, in queste situazioni limite.

A questo va aggiunta la totale assenza di supporto psicologico nei confronti dello stesso personale, sempre più solo anche nei delicati momenti del fine della vita dei pazienti. Momenti delicatissimi che segnano la vita delle famiglie ma anche dei professionisti sanitari.

Da Bologna il movimento “Infermieri in Ordine” ha lanciato la proposta di congelare le tasse di iscrizione all’OPI chiedendo alla Regione Emilia Romagna e alle Aziende sanitarie di farsene carico. E’ questa una battaglia fatta propria da tutti i sindacati anche prima della Pandemia da Covid-19. Il gruppo bolognese fa presente che tra gli iscritti all’Ordine provinciale ci sono anche tanti colleghi che si sono infettati (in tanti sono in Terapia Intensiva) o che non hanno un lavoro, tra questi tanti liberi professionisti o operatori interinali. Crede che sia una proposta fattibile in un momento storico che potrebbe portare al riconoscimento politico di un finanziamento pubblico degli Enti ordinistici?

Questa è una tematica che andrebbe valutata dal Comitato Centrale della Federazione e poi sottoposta al vaglio del Consiglio Nazionale degli Ordini provinciali in quanto modificherebbe le vigenti previsioni normative vigenti. Infatti, la Legge 3/2018 che ha modificato il DLCPS 233/46 dispone che gli Ordini sono dotati di autonomia patrimoniale e finanziaria e sono finanziati esclusivamente con i contributi degli iscritti senza oneri per la finanza pubblica (art. 1 comma 3). Inoltre, il Consiglio Direttivo, sempre dell’Ordine, propone all’approvazione dell’Assemblea degli iscritti la tassa annuale. (art 3 lett. g). Segnalo che l’eventuale finanziamento pubblico degli Ordini potrebbe porre un problema con la dichiarata autonomia ordinistica. Oltre le leggi poi, sulle tasse ordinistiche a carico o meno del datore di lavoro c’è ampia giurisprudenza. Comunque, la campagna di raccolta fondi www.noicongliinfermieri.org lanciata dalla FNOPI vuole essere proprio uno strumento concreto di vicinanza e sostegno a tutta la comunità infermieristica e alle loro famiglie, un’opportunità che va colta e valorizzata.

La FNOPI, da lei rappresentata come portavoce, ha avviato una campagna di raccolta fondi a favore della professione infermieristica. A che punto siamo?

La campagna sta raggiungendo sia dal punto di vista dei partner che dei patrocini e anche delle donazioni livelli anche più elevati di quanto non ci si aspettasse. A giorni potremmo anche tirare una prima “linea”. Le somme raggiunte ad oggi avevano in origine ben altre scadenze. La riuscita della campagna dipende anche dal sentimento che attraversa soggetti anche profondamente diversi, quello che genera la volontà di aiutare le famiglie degli infermieri deceduti, di quelli in quarantena costretti a stare lontani da casa e dalle famiglie, gli infermieri malati che lottano per tornare a condurre una vita normale e lavorare per la salute di tutti. Queste situazioni non sono leggere né indifferenti e lo sanno gli infermieri, ma a quanto ha dimostrato il successo della campagna, lo capisce bene anche chi infermiere non è. Anche in questa avventura, come sempre del resto, i pazienti (e le loro Associazioni) sono stati fantastici, sempre al nostro fianco! Una partnership speciale quella tra la FNOPI e le Associazioni di pazienti e cittadini, da coltivare e rafforzare giorno dopo giorno.

Come dicevamo l’emergenza sta cambiando dal profondo la professione, che comunque ha risposto bene e con estrema professionalità alla Pandemia. Come cambieranno secondo lei gli Infermieri nel prossimo futuro? Ci sarà anche per noi una Fase 2 della rinascita?

Evidentemente si.

Gli infermieri dovranno essere sempre più co-protagonisti dei diversi provvedimenti e più in generale delle scelte che riguardano il diritto alla Salute, facendo in modo di non rincorrere questo o quell’altro provvedimento per emendarlo. Si dovranno ascoltare istanze e richieste che in questo terribile periodo hanno avuto il loro riscontro sul campo.

Appena l’emergenza sarà terminata si dovrà necessariamente rivedere la consistenza degli organici: prima di COVID al tavolo dei fabbisogni ogni anno chiediamo di riservare alle lauree infermieristica circa il 15-20% dei posti in più rispetto a quelli chiesto dalle Regioni (sempre al ribasso prima dell’attuale situazione) e a quelli stabiliti dal ministero dell’università.

Subito infermiere di famiglia e di comunità in tutte le Regioni.

Inoltre, dopo l’esperienza COVID appare chiara la richiesta, soprattutto per il territorio nel suo complesso, dove si sono visti purtroppo gli effetti della mancanza di professionisti in grado di assistere i cittadini come ad esempio gli anziani nelle RSA.

RSA dove la mortalità con COVD-19 è aumentata quasi del 50% rispetto alle rilevazioni dello stesso periodo dello scorso anno, con una concentrazione maggiore soprattutto al Nord e in particolare in Lombardia ed in Emilia Romagna dove i decessi legati a COVID.19 in queste strutture sono stati tra il 54 e il 57 per cento di quelli totali. Ma anche a domicilio, nuova “frontiera” dell’assistenza a COVID-19 proprio nella fase 2.

Poi da rivedere per gli infermieri saranno sia le retribuzioni che l’iter formativo, prevedendo specializzazioni infermieristiche che anche in questo caso si sono dimostrate necessarie nell’emergenza dove la stessa Protezione civile le ha chieste per la task force da destinare alle zone rosse. Specializzazioni per le quali oggi gli infermieri, che hanno oltre la laurea triennale quella quinquennale e i dottorati di ricerca, ricorrono a master anche riconosciuti, ma pure sempre master. Questi però sono discorsi che richiedono tempi poco più lunghi e anche il supporto fattivo dei sindacati.

Grazie dott. Aceti e buon lavoro.