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Sonno e degenza: se fossimo noi il suo più grande ostacolo?

Sonno e degenza: se fossimo noi il suo più grande ostacolo?
Il sonno nella degenza è una delle attività più ostacolata!

Sono tante le attività umane che vengono alterate durante un periodo di degenza. Tra le altre, vi è il sonno, una delle più importanti ed anche una delle più colpita. E se fossimo proprio noi operatori e professionisti sanitari a ostacolarla?

Facendovi mente locale, la domanda è tutt’altro che banale. Anche la cara Marjory Gordon nei suoi utilizzatissimi modelli di stato di salute proponeva il modello sonno-riposo, posizione numero 5 ma senza seguire ordini di importanza.

Pur rimanendo il fatto che l’organizzazione globale dell’assistenza rappresenti una pianificazione che impone equilibri e sensibilità tra equilibri molto complessi, analizzando un minimo ciò che di fatto è il risultato finale appare davvero ovvio come il più importante tra i fattori distrurbanti il regolare sonno dei nostri assistiti sia proprio lo svolgimento della normale attività assistenziale stessa.

 

La “messa a letto”

Già questo modo di chiamare il momento di coricarsi ricorda molto il raduno del gregge dentro al recinto.

Su questo momento influiscono moltissimo elementi che assolutamente non c’entrano niente con la persona che deve andare a letto. E badate bene, DEVE. Esatto perchè il numero del personale addetto all’assistenza e gli orari del suo turno regolano la vita serale delle persone.

Andate a casa loro a dirgli che subito dopo cena (anch’essa a orari spesso da merenda) ci si infila subito dopo le lenzuola e otterrete la più completa collezione di vaffa… mai esistita!

 

Una volta a letto…

Una volta a letto non è mica l’ora di dormire. Da questo momento è l’attesa della terapia a prendersi la scena. La maggior parte dei nostri assistiti però vive molto bene questo momento, adattandolo a svolgere tutte quelle attività ricreative e ludiche che avrebbero voluto sostenere senza andare per forza a letto. C’è quindi chi legge, chi guarda la tv, chi telefona, chi fa le parole crociate, chi parla con i compagni di stanza.

Questa fase è temporalmente cospicua, dalle due alle quattro/cinque ore se si considerano le flebo.

 

Si dorme

Spente le luci e intrangugiate le pillole e compresse, con le pancine doloranti per gli antiaggreganti si chiude gli occhi e buonanotte!

Invece troppo spesso di buona, la notte, non ha niente.

Campanelli, lamenti di qualche malati, eventuali urla.

Ma anche ruote di carrelli che passano in corridoio, armadi che vengono riforniti, scatole che vengono rotte per essere smaltite e tante chiacchiere.

Quanto rumore riempie i corridoi delle degenze? La conseguenza è che le persone chiedono spessissimo le “gocce per dormire”. Che mano sulla coscienza sarebbero spesso evitabili con una maggiore cura.

 

Prima del gallo

Un antico e saggio proverbio cinese dice:

“Il sole sveglierà il mondo. Il gallo sveglierà il sole. L’infermiere sveglierà il gallo per fargli il prelievo ematico”.

Umorismo spiccio a parte, non è concepibile che ancora sia diffuso e accettato l’uso di svegliare le persone la mattina presto per infilargli un ago in un braccio o somministrare terapia sottocute o somministrargli un clistere. Esistono prestazioni che imprescindibilmente necessitano di un orario tipico delle lodi mattutine, ma altre potrebbero semplicemente essere spostate come prime attività del turno di mattina. Siamo obiettivi!

 

In conclusione, questa disamina ha voluto parlare in modo fluido di un problema che in realtà meriterebbe un ponderamento serio e analitico.

Se l’assistenza non tiene conto della persona, allora manca nella sua natura. E si riduce ad una routine meccanica, uno svolgimento di prestazioni.

Un bacio senza sentimento sulla fronte dell’umanità.

Dott. Marco Tapinassi

Vice-Direttore. Infermiere in Psichiatria, webwriter, attentatore di biscotti ma anche coautore di libri sui concorsi pubblici. Immagina l'informazione come un fattore di crescita. Non perde nemmeno un tè con il suo Bianconiglio.

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