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Infermiere di Famiglia: l’OMS lo lancia nel 1974, in Italia si attende una Legge che lo istituisca.

Infermiere di Famiglia: l’OMS lo lancia nel 1974, in Italia si attende una Legge che lo istituisca.

Infermiere di famiglia riconoscimento o negazione della realtà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha riconosciuto ufficialmente nel 1974, in Italia resta ancora una chimera.

I recenti avvenimenti sul territorio nazionale portano in primo piano il famoso infermiere di famiglia o di comunità, previsto dal DDL 1346/2019 – in discussione al Senato – che prevede il riconoscimento del suddetto professionista per sopperire ai deficit dell’attuale Servizio Sanitario Nazionale, sopratutto in alcune zone del Paese. Prima di analizzare il DDL in questione, sarebbe utile fare un passo indietro e capire bene su quali basi nasce questa figura professionale, ma sopratutto con quale scopo.

La figura dell’infermiere di famiglia che nasce nel 1974, quando l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) pubblica il report Community Health Nursing, che sviluppa il concetto di assistenza a livello comunitario.

Family Health Nursing si basa sulla capacità dell’infermiere di dirigere e incoraggiare la famiglia, identificando i suoi bisogni di salute e indicando la strada migliore nell’utilizzo dei servizi sanitari. Successivamente nel 1998 l’OMS, nella pubblicazione Health21, Salute per tutti nel XXI secolo, definisce la figura di un “nuovo” infermiere: l’Infermiere di Famiglia, professionista incaricato di accompagnare il malato a casa e costruire un processo assistenziale intorno alla sua persona in collaborazione con le altre figure sanitarie quali il medico di medicina generale.

Avendo ben chiare le fondamenta su cui è nato l’infermiere di famiglia, chi scrive può analizzare correttamente il DDL 1346 citato sopra, che prevede appunto l’introduzione sul territorio della figura professionale dell’infermiere di famiglia. Il suddetto disegno di legge si riferisce a questo professionista come alla “figura di riferimento per il potenziamento dei servizi territoriali di assistenza domiciliari”.

Questa citazione rende evidente che la figura dell’infermiere di famiglia, che nasce soprattutto per migliorare la qualità assistenziale domiciliare, in realtà non tiene conto del fatto che l’assistenza domiciliare è multidisciplinare, con accompagnamento diretto a domicilio del paziente dimesso dall’ospedale, senza prevedere invece l’impiego dell’infermiere di famiglia per potenziare un sistema che – ricordo – non è sbagliato di per sé, ma là dove si introduce questo tipo di “nuova” figura.

Gli infermieri, quindi, usati ancora una volta come tappabuchi e non come professionisti incaricati di aumentare la qualità dell’assistenza e accelerare il suo processo. Un altro punto di riflessione è l’art.2 comma 1, che riporta: “L’infermiere di famiglia è responsabile delle cure domiciliari del paziente”.

Chi scrive pensa che in realtà questa figura deva essere soprattutto un facilitatore del reinserimento del malato al proprio domicilio piuttosto che il responsabile all’assistenza domiciliare; dovrebbe essere responsabile del processo assistenziale, in quanto va ricordato al legislatore che l’assistenza domiciliare è formata da vari fasi, e l’inquadramento del paziente con il raccordo anamnestico ne è parte integrante. Ad oggi esistono varie figure che si affiancano all’infermiere di assistenza domiciliare, come il case manager, non riconosciuto in toto, ruolo che può essere affidato personale amministrativo.

Ricordo come sia preferibile che questa funzione sia affidata a un infermiere, in quanto l’inquadramento del paziente richiede competenze quali saper pianificare i bisogni dell’assistito anche in base alle patologie di cui esso è portatore. Un sanitario potrebbe centrare meglio i bisogni dell’assistito, in base alle proprie capacità. Chi scrive pensa che l’infermiere, nelle sue varie declinazioni, sia una vera risorsa per il patrimonio sanitario, nazionale e non; l’importante e riuscire a valutarlo correttamente in modo da far sì, che egli possa esprimersi al massimo delle sue conoscenze attraverso le sue competenze, accrescendo quella che di definisce nel suo insieme “qualità assistenziale”.

Questo pensiero nasce dal fatto che l’assistenza domiciliare deve essere “cucita su misura” del malato; e chi meglio dell’infermiere ha questa capacità?

Chiaramente l’assistenza domiciliare, come già accennato, è multidisciplinare, quindi oltre il riconoscimento dell’infermiere di famiglia e bene anche potenziare gli altri servizi assistenziali su tutto il territorio nazionale.

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Dott. Marco Ferrantino

Marco Ferrantino nato il 15/06/1988 a Magenta, residente a Milano. Esperienze lavorative dal 2012: U.O.riabilitazione specialistica, RSA, U.O. Medicina, ambulatorio piede diabetico. Oggi assistenza domiciliare in regime di libera professione. Autore di protocollo aziendale di medicazione presso ICCS Milano e delle agevolazioni per le soste nel comune di Milano per gli infermieri. Attualmente grazie a una borsa di studio del Sole 24 Ore sta completando gli studi presso la LUISS di Roma (management politico).

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