Infermiere: cosa manca per rappresentare uno Status Sociale?

Infermiere come Status Sociale: perchè no?
Infermiere come Status Sociale: perchè no?

Infermiere: uno status sociale

La rilevanza del ruolo di infermiere all’interno della società non trova riscontro nell’opinione pubblica: è il momento di far valere chi siamo e cosa siamo per i cittadini!

Diverse analisi sociologiche dimostrano come non vi sia un’allineamento tra l’effettiva importanza del ruolo di infermiere nella società e l’immagine diffuso tra la popolazione civile.

In generale nella cultura popolare le immagini delle professioni sono troppo spesso presentate in modo distorto: dalle serie tv ai programmi televisivi, dai libri ai social networks. L’imprecisione regna sovrana. Per non parlare poi dell’abbinamento forzato tra professione e sesso del lavoratore: il pompiere è uomo, la maestra è donna. Da infermiere uomo sono consapevole del fatto che per spiegare ai miei figli piccoli il mio lavoro, troverò nei loro libri infantili soltanto figure femminili.

Mio padre diceva sempre che “ogni lavoro è valido basta che sia onesto”, affermazione giusta e condivisibile.

Purtroppo però sembra ancora che, nel terzo millennio, alcuni lavori generino uno Status Sociale.

Un avvocato è “più” di un poliziotto, un “architetto” è più di un autista del bus.

Da cosa deriva questo? Le ipotesi possibili sono varie: responsabilità, stipendio, percorso di studio

Sulla responsabilità non è neanche utile commentare, gli infermieri ne hanno da dare e da serbare.

Riguarda allora lo stipendio? Tralasciando le tematiche di recriminazione rispetto ad un’equa retribuzione, in realtà neanche questa ipotesi non trova reale fondamenta.

Secondo molti cittadini, un impiegato di banca è “più” di un’infermiere ma se andiamo a comparare gli stipendi delle nuove generazioni troviamo buste paga molto simili se non addirittura superiori nel caso di impiego pubblico degli infermieri presi in esame.

Anche rispetto al percorso di studi è possibile obiettare, essendo alcuni di questi lavori considerati di “prima fascia” accessibili anche senza titolo di laurea.

Cosa manca quindi all’infermiere per ricevere il suo sacrosanto riconoscimento sociale? A rappresentare una professione “nobile” agli occhi di chi ancora divide le professioni oneste in serie A e serie B?

Forse proprio un’investimento sulla propria immagine, ovvero sul come ci proponiamo ai cittadini. Il nostro contatto con le persone ci porta a smontarci dall’aurea ingessata e trovare l’equilibrio consono ad un professionista che risulti comunque “alla mano” non sempre è facile. Sopratutto se si osserva il fatto che proprio noi infermieri risultiamo essere aghi della bilancia rispetto all’ambiente percepito e, quindi, alla qualità dell’esperienza di cura delle persone ricoverate.

E se la Federazione Nazionale ha ben impostato un percorso di valorizzazione dell’immagine dell’infermiere e dell’infermiere pediatrico, occorre anche a noi fare la nostra parte.

Chiariamoci: anche chi scrive sbaglia spesso e volentieri e questo editoriale non rappresenta una tirata d’orecchie, tutt’altro!

Rappresenta un’opportunità di dibattito, di dissenso o di ispirazione.

E’ ora di prenderci la considerazione che meritiamo, è il momento che l’infermiere costruisca il suo status sociale.

Non da utilizzare per privilegi o per distanziarci dal cittadino. Ci insegnano che esistono episodi di falsificazioni pressorie in presenza di un camice bianco.

Non è a questo che occorre ambire, ma almeno smettiamo le vesti della manovalanza sanitaria e proponiamo ancora e ancora il nostro professionismo.

Il rispetto si costruisce, non si pretende.

In attesa che le persone ci portino rispetto per quello che per loro rappresentiamo.

Potrebbe interessarti...