Pubblicità

Emergenza Coronavirus. Non servono monumenti alla memoria per gli Infermieri, non servono eroi, servono professionisti tutelati.

“Tutto sopportò e vinse il Soldato. Dall’ingiuria gratuita dei politicanti dei giornalisti che […] cominciarono a meravigliarsi del suo valore…”. Queste sono un assaggio delle parole dette da Giulio Douhet e vergate nelle colonne de “Il Dovere” il 24 agosto dell’anno ’20 (1920). Cento anni fa esatti il colonnello incominciò a prendere le difese dei soldati semplici che persero la vita nel conflitto appena terminato. Troppe volte le velleità dei generali si abbatterono sulle truppe, molto spesso considerate carne da macello.

“Perciò al Soldato conferire sommo onore quello che nessuno dei suoi condottieri può aspirare neppure nei suoi folli sogni d’ambizione”. Continua così il Douhet incominciando l’idea di istituire un monumento che sarebbe diventato, nelle sue intenzioni, simbolo di una nazione intera.

L’idea era fondere l’icona del soldato con quella del popolo ed entrambe a quella di nazione. Come erano indistinti i tratti del soldato così non dovevano esserci più distinzione tra quei termini.Così sarà da lì a breve.

Come in ogni tradizione ciò che nasce nei migliori intenti sfugge di mano piegando il suo senso originale alla propaganda, finendo come si sa dalla padella alla brace. In quei giorni e fino a ora stanchi capi di stato si avvicendano nel ripetersi di soliti discorsi per rinverdire i bianchi sepolcri ormai macchiati di sangue.

“Nel giorno in cui la sacra salma trionfalmente giungerà al suo luogo di eterno riposo, in quel giorno tutta l’Italia deve vibrare all’unisono in una concorde armonia d’affetti”. Le salme noi le vediamo dalle finestre e nei telegiornali portare dai soldati. Le vittime hanno il corpo trascinato fuori le mura e non tutti i famigliari posso piangerle.

Siamo in Guerra ripete ossessivamente la televisione. I militari non sono quelle persone vestiti con la mimetica che trasportano in ordine i feretri. Siamo noi infermieri.

Noi infermieri che assoldano anche dalle classi ’99 ora usciti freschi di laurea.

Noi infermieri in trincea con ordini contradditori, senza armi e con protezioni scadenti o inesistenti.

Noi infermieri che ogni direttore gestisce come può o come vuole.

Noi infermieri in balìa del Governo e dei presidenti di Regione che per far vedere chi più ne sa affiancano neolaureati, medici cosmopoliti, infermieri esperti con stipendi del tutto eterogenei e a volte casuali così da innescare invidie e malumori.
Noi infermieri che nonostante tutto ci immoliamo alla causa. Vogliamo debellare il virus. Si siamo sulle frontiere, nei solchi tracciati con lo scotch all’entrata dei reparto CoViD19.

Noi che, più o meno tutti consapevolmente, sappiamo la dura verità. Finita la “guerra” ritorneremo nell’ombra. Saremo dimenticati. Sempre sottopagati e sottostimati. A darci battaglia l’un l’altro su cose inutili. Divisi e invisi come nel nostro inno nelle strofe non cantate dai balconi.

Silenzio. Contrasto con il chiasso assordante. In silenzio uniamo le nostre energie, non per farci dedicare un monumento di bianco e freddo marmo ma essere fuoco che arde in tutte le case. Il fulcro della rinascita.

Sí, perché noi siamo l’esempio di tutto ciò che è bello e maltrattato. L’esempio di Italia che si vuole rialzare.
Ci commuoviamo e ci stremiamo ma ogni giorno nel silenzio generale manteniamo in piedi il comparto sanità e con esso la salute di tutti gli italiani.

L’orgoglio, invece, non sarà più muto. Come una torcia il nostro impegno deve accendere ognuno nella propria professione, così da illuminarci e renderci tutti consapevoli di quanto in realtà brilliamo. In quanto, in vero, siamo importanti anche se nessuno conosce il nostro nome.