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Omaggio all’Infermiere comune: perchè la Sanità italiana è sorretta da chi produce i fatti, non chiacchiere.

Infermieri questo è il nostro anno. Il 2020 non sa tanto di festa ma piuttosto di sacrificio, di stanchezza, di sudore.

Quest’anno deve perciò essere forse riassegnato all’Infermiere comune, cioè ai veri infermieri.

Le centinaia di migliaia di professionisti che conoscono la faccia della sveglia prima dell’alba e l’odore delle quattro della notte. Che santificano le feste spesso dentro alla casacca.

Gli stessi che a fine mese fanno i conti con la calcolatrice perchè la mensa scolastica dei figli deve essere pagata, così come mutuo o affitto, bollette, assicurazione, condominio e… la lista non finisce mai.

L’Italia ci riconosce grandi meriti in questo Coronavirus, dopo tutto tornerà al solito.

Consapevoli di cosa siamo, ma non riconosciuti.

Dos Passos sosteneva che la vita di ogni uomo è una ricerca spietata e solitaria e forse, questo, può essere in parte vero anche per noi infermieri.

Una ricerca verso il giusto riconoscimento (economico ma anche sociale) che però in fondo solitaria non è.

Si legge in Cent’anni di solitudine che la ricerca delle cose perdute è intorpidita dai gesti consuetudinari, ed è per questo che costa tanta fatica trovarle.

Forse abbiamo solo perso un po’ l’orgoglio e la compattezza professionale di 20/30 anni fa ed occorre costanza di impegno per ritrovarli.

Sciascia mi perdonerà se parafraso ma ci sono Infermieri, Mezzi Infermieri, Infermiericchi, piglianc*** e quaquaraqua.

Sta a noi decidere cosa essere. Ma questo 2020 non può essere dedicato ad altri se non ai primi dell’elenco.

Agli Infermieri comuni.