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Emergenza Coronavirus. Ecco la storia di Laura, una piccola Infermiera dell’ADI bergamasca e la sua guerra all’astuto COVID-19.

Essere infermieri domiciliari al tempo del coronavirus è molto difficile. Sento spesso parlare delle difficoltà degli ospedali, io vorrei dire che ci siamo anche noi: gli operatori della sanità territoriale.

Ringrazio la collega Silvia Consoli che mi ha permesso di condividere alcuni suoi pensieri, ringrazio anche la cooperativa bergamo sanità per l’appoggio incondizionato che da ai suoi operatori, sopratutto in questo momento di emergenza sanitaria.

Ho trasformato la vita quotidiana di ogni infermerie adi in una fiaba che spero avrà presto un lieto fine.

Laura, una piccola Infermiera dell’ADI e l’astuto Coronavirus.

C’era una volta un’infermiera di nome Laura che viveva in un tranquillo paese situato nei pressi di Bergamo, una delle tante province della Lombardia, regione fiera e produttiva di quel bel posto che nel mondo era conosciuto come Italia.

Laura era un’infermiera dell’assistenza domiciliare (nota anche come ADI), ovvero l’infermiera che andava in casa delle persone malate e le curava. C’erano tanti motivi diversi per cui potevano chiamarla: per una medicazione, per una flebo, per stare accanto a persone molto fragili che in particolari momenti della loro vita avevano bisogno di assistenza.

Il suo lavoro le piaceva molto. La mattina partiva con il borsone rosso a bande gialle pieno di medicazioni, garze, disinfettanti e caricava tutto nella piccola ma agile macchinina adatta a passare in tutte le viuzze del paese per raggiungere velocemente i suoi pazienti. Laura dava aiuto e assistenza là dove serviva, portando conforto e professionalità nelle case delle persone che assisteva.

La vita di questa infermiera era abbastanza movimentata, con il suo lavoro non si annoiava mai: era sempre in movimento, conosceva persone diverse e faceva nuove esperienze.

Una sera di gennaio, Laura stava cenando con la sua famiglia, mentre in televisione trasmettevano i soliti monotoni aggiornamenti di economia e politica, nulla che potesse davvero interferire con la sua vita tranquilla. Una delle tante notizie apprese però l’aveva colpita: a quanto pareva in una località della Cina si stava diffondendo un’influenza un po’ più aggressiva delle altre, tanto che tutta la città era stata isolata.

Nei giorni seguenti la vita di Laura proseguì lentamente e nulla sembrava poter disturbare la sua routine. Tuttavia ogni sera al TG davano qualche notizia in più su questa strana influenza che avevano soprannominato covid-19, sigla di Coronavirus. Un ceppo virale appartenente alla stessa famiglia del banale raffreddore e della tremenda SARS, che a quanto pareva era più virulento dell’influenza ma meno pericoloso di altre patologie respiratorie. Tuttavia Cina e Italia erano due nazioni molto lontane, per Laura e per la sua tranquilla Bergamo il pericolo era quasi inesistente.

Era la fine di febbraio, quando al solito TG serale la presentatrice annunciò con voce un po’ tesa che il covid- 19 era giunto in Italia. La notizia era rimbalzata su tutti i social e su tutti i canali tv nel giro di pochi secondi. Era importante capire dove si era diffuso lo strano esserino straniero. Sicuramente si trattava di qualche paese italiano lontano, perché a Bergamo non accadeva mai nulla, era un posto sereno e il Coronavirus non li avrebbe raggiunti.

In realtà Laura, come tutti gli altri cittadini, fu costretta a rendersi conto che Bergamo non era immune, e non lo sarebbe mai stata, da questo astuto virus che passava da una persona all’altra attraverso delle goccioline di acqua sospesa nell’aria.

Il punto zero della diffusione del covid-19 era un sereno paese a circa 50 km dall’altrettanto tranquillo paese di Laura.

In meno di 24 ore era stata istituita una “zona rossa” nel paesino focolaio numero uno, si era anche scoperto che probabilmente c’era un altro paese focolaio, e non uno qualunque: era il paesino di Laura. Quella cittadina spensierata che lei tanto amava ora era guardata con sospetto e paura dal mondo.

Quel che accadde dopo queste prime notizie lo sappiamo tutti: mancanza di mascherine, ospedali sovraccarichi, terapie intensive insufficienti, la consapevolezza tardiva delle persone e delle autorità nel far fonte alle emergenze.

Il mio intento, caro lettore, non è quello di riportare una cronaca sanitaria fin troppo nota a tutti. Io vorrei continuare a parlarti Laura e di una parte di sanità diversa da quella che hanno sempre mostrato i telegiornali.

Vorrei parlarti della sanità territoriale: di quei medici, di quegli infermieri e di quegli OSS altrettanto coraggiosi ma ancor meno corazzati e protetti dai DPI rispetto al personale dell’ospedale. Vorrei raccontarti di coloro che stanno combattendo il covid-19 a fianco delle persone nelle loro abitazioni, con lo stesso coraggio e la stessa resilienza che tiene al loro posto i professionisti della sanità ospedaliera.

Sono storie più silenziose ma altrettanto meritevoli di attenzione.

Quindi ora, se hai voglia di continuare a leggere, ti narrerò di come la tranquilla vita di Laura, dei suoi colleghi e dei suoi pazienti sia stata spazzata via in pochi giorni, per far fronte al caos che un esserino invisibile ha portato nei ridenti paesini della bergamasca.

La sera di venerdì 22 febbraio 2020 Laura apprese del primo caso di coronavirus in Italia e il lunedì mattina seguente salì sulla sua macchinina per andare a visitare i pazienti come era suo solito fare.

La nostra piccola infermiera aveva trovato una maschera FFP2 da suo cugino, una di quelle che si usano per fare lavori di tinteggiatura a casa. Con coraggio la indossò, armata solo di quello e di tanti timori verso il virus che presto sarebbe entrato in ogni casa.

I giorni passavano, sempre più impegnativi e difficili. Ormai era chiaro a tutti, civili e personale sanitario, che l’astuto coronavirus non se ne sarebbe andato velocemente dalla vita dei bergamaschi, al contrario avrebbe provocato danni sempre più grandi e gravi.

I colleghi di Laura cominciavano ad ammalarsi uno ad uno. Lei aveva paura ma non si tirava indietro, continuando a svolgere il lavoro al meglio delle sue capacità, poiché sapeva che se avesse ceduto nessuno avrebbe accudito i suoi pazienti, e loro si sarebbero accalcati negli ambulatori dei medici, o nei pronto soccorsi, cosa che doveva essere evitata in tutti i modi.

Laura entrava nelle case delle persone e osservava i loro occhi impauriti, pieni di interrogativi e timori ai quali nemmeno lei sapeva dare spiegazioni. La gente dei paesini limitrofi a Bergamo cominciò a capire, seppur con fatica, che doveva cambiare il suo modo di vivere: le strade iniziarono a svuotarsi, il suono delle ambulanze che correvano a tutta velocità da una via ad un’altra riempiva l’aria delle ultime giornate invernali bergamasche. Dopo un paio di settimane ogni famiglia del piccolo paesino cominciava a piangere i propri morti, che li avevano lasciati in un modo così strano da faticare ad accettare che fosse accaduto davvero. Nel frattempo il mondo fuori reagiva all’invasione dell’astuto virus: appese ai balconi fiorivano disegni di arcobaleni e scritte di incoraggiamento verso medici ed infermieri, la gente cantava sui terrazzi per tenersi compagnia e Laura non si fermava. Con la sua agile macchinina continuava a correre da una via all’altra per cercare di arginare come poteva ciò che stava colpendo il suo paesino.

Mentre in ospedale si continuava a lavorare freneticamente Laura e i suoi colleghi della sanità territoriale non erano da meno. Loro avevano un doppio compito importante: cercare di rallentare le ospedalizzazioni per dare mondo ai pronto soccorsi di gestire il numero di persone ricoverate e continuare a curare tutti gli altri (perché bisogna ricordarsi che non esiste solo il Coronavirus, tutte le altre malattie continuavano e continuano ad essere presenti).

Caro lettore, devi sapere che gli infermieri domiciliari sono anche questo: sono quelli che si cambiano in mezzo alla strada indossando camici e tutoni idrorepellenti, sono quelli che sono in giro come astronauti, con i cellulari che suonano in continuazione e la macchina che sembra un magazzino, con il borsone rosso che pesa più di loro. Gli infermieri come Laura sono quelli che entrano in una casa per prendersi cura di una persona ed automaticamente entrano anche nella loro vita quotidiana e ci sono sempre.

Forse non salveranno nessuno perché a casa non hanno gli strumenti adatti fuorché la loro professionalità e le loro forze, ma sono lì prima dei soccorsi, durante l’attesa e durante la cura (citazione di Silvia Consoli, infermiera ADI).

Ogni giorno Laura affrontava nuove difficoltà: l’ossigeno era terminato nelle farmacie e le persone la chiamavano impaurite per sapere cosa potevano fare perché senza la bombola la mamma non respirava. Vedeva la paura crescere nella gente quando chiamavano il 112 per un’emergenza e le linee erano sempre intasate, l’unica risposta che ottenevano era una voce di una donna registrata che ripeteva di “restare in attesa” in tutte le lingue del mondo, con quella buffa parola “Kalispera” che più di altre rimaneva impressa nella mente. Anche in quelle occasioni difficili Laura era lì, a fianco delle famiglie, nelle loro case, senza mai lasciarli soli.

Laura riceveva quotidianamente la disperata richiesta di aiuto di persone che vedevano i loro nonni ammalarsi ma che non volevano portare in ospedale, perché temevano che non avrebbero più potuto rivederli e star loro accanto. Quindi le dicevano, con voce rotta dal pianto e con una consapevolezza disarmante “so che per mio nonno non c’è più nulla fare, vorrei che mi aiutassi ad accompagnarlo dignitosamente nelle sue ultime ore di vita, così che muoia senza dover soffrire”.

Laura imparò a dire addio a molti dei suoi pazienti, che in poche ore peggioravano a causa di quel subdolo esserino che colpiva i polmoni. Una volta che i suoi assistiti venivano inghiottiti dagli ospedali era molto difficili per i parenti capire come stavano i loro cari. Negli ospedali non si poteva entrare, così si aspettavano notizie sperando che tutto stesse andando per il meglio. Ogni tanto arrivava la chiamata da parte delle strutture sanitarie dove veniva comunicato alla famiglia che purtroppo non era stato possibile salvare il loro caro.

Ma ancora più difficile era affrontare il dopo, dover tenersi dentro il proprio lutto perché non si poteva fare il funerale. Non si poteva portare a casa la bara che doveva rimanere sigillata nella sala mortuaria degli ospedali, non si potevano ricevere gli abbracci e le visite dei parenti perché bisognava rispettare la quarantena. Nonostante tutto questo Laura era sempre lì, accanto alle famiglie dei suoi pazienti, a confortarli telefonicamente o con messaggio ad ogni ora del giorno e della notte. Lei era lì, sempre presente e sempre disponibile per le persone che avevano bisogno del suo aiuto.

C’erano poi altre storie difficili che Laura aveva imparato a conoscere: il Coronavirus aveva stravolto le loro vite tranquille e seppur tutto sembrava sospeso nell’aria alcune cose continuavano accadere. Un giorno la nostra piccola ma coraggiosa infermiera ricevette la chiamata di una sua vecchia conoscenza: il marito purtroppo si era spento da poche ore a causa di male diverso dal cattivo Coronavirus. La moglie in lacrime le disse che non trovava un servizio di pompe funebri disponibile in breve tempo a sistemare la salma del consorte e lei non sapeva cosa fare, era sola in casa a causa della quarantena e aveva paura. Così Laura raccolse le ultime forze della giornata che le rimanevano e si recò dalla signora per darle una mano.

Sì, caro lettore, al tempo del Coronavirus in Lombardia accadono anche queste cose. La vita negli ospedali è dura, ma lo è altrettanto quella sul territorio.

Laura sapeva di non poter abbracciare la gente e asciugare le loro lacrime, versate per coloro avevano perso. Avrebbe tanto voluto farlo ma non lo fece e non perché lo diceva un’ordinanza scritta da qualcuno, ma perché era consapevole che non poteva rischiare di ammalarsi. Se lei si fosse ammalata chi avrebbe accudito i suoi pazienti?

Eppure c’era qualcosa di profondamente sbagliato e distorto nel non poter stare fisicamente accanto alle persone nel momento di maggiore sofferenza.

Caro lettore, devi sapere che essere infermieri dell’ADI ai tempi del Coronavirus significa anche vivere lacerati in due, divisi da ciò che si deve fare e ciò che invece si vorrebbe fare.

Con il passare dei giorni Laura cominciò a temere che l’esserino astuto vivesse in lei senza che ne fosse consapevole, e che potesse infettare gli altri. Così quando era a casa se ne stava da sola, lontana dalla sua famiglia per non rischiare di contagiarla. Al lavoro indossava la mascherina e il camice non tanto per difendere sé stessa dagli altri, ma per proteggere gli altri da lei. Chi le dava la sicurezza di essere completamente sana? Nessun sanitario poteva avere questa certezza.

Il paesino che Laura amava era cambiato in poche settimane, ma nella difficoltà e nella paura si potevano trovare anche cose belle: i suoi pazienti avevano preso l’abitudine di prepararle un bicchiere di spremuta fresca perché avevano sentito dire che la vitamina C aumentava le difese immunitarie e non volevano che la loro infermiera si ammalasse, cosa avrebbero fatto senza di lei? Laura beveva la spremuta sul pianerottolo di casa, perché non poteva togliersi la mascherina nell’appartamento dei suoi assistiti.

Ogni giorno riceveva messaggi dai suoi pazienti che le dicevano di farsi forza e non mollare, perché loro avevano bisogno di lei. Queste erano le piccole cose a cui si aggrappava per trovare la forza di risalire nella sua macchinina ogni giorno e sfrecciare da una viuzza all’altra.

A fine giornata Laura era esausta, arrivava a casa e si gettava sul letto. Prima di addormentarsi scriveva ad alcuni colleghi per sapere come stavano, se presentavano sintomi dell’astuto esserino che ormai avevano imparato a riconoscere subito.

La domanda ricorrente che rimbalzava tra un messaggio e l’altro era sempre la stessa “quanto potremo andare avanti? Quanta forza ci rimane per affrontare le prossime giornate?” tutti conoscevano la risposta, seppur nessuno la dicesse a voce alta: medici, infermieri e OSS sarebbero andati avanti fin quando sarebbe stato necessario. Solo alla fine di tutto si sarebbero permessi di cedere, piangere le loro perdite e medicare le loro ferite, cercando di raccogliere e di rimettere insieme i pezzi di loro stessi.

Caro lettore, mi piacerebbe tanto poter dire che Laura e i suoi colleghi riusciranno a trovare un’arma magica che sconfiggerà il virus per sempre, ma la verità è che non esiste nulla de genere. Viviamo in un mondo in cui siamo abituati ad avere soluzioni rapide alle difficoltà e fatichiamo ad accettare che a questo problema non ci sono soluzioni veloci ed indolore.

La fine della favola saremo solo noi a scriverla, con le nostre fragilità, le nostre forze e le nostre paure.

La speranza è che da ciò che stiamo vivendo saremo in grado di imparare qualcosa che potrà servirci per il futuro, che ci aiuterà a dare nuovo valore alla nostra vita.

Caro lettore, nel caos dell’Italia sconquassata dal coronavirus ci sono anche le persone come Laura, che con tante altre piccole infermiere come lei, sta combattendo una dura lotta senza arrendersi.

Un piccolo infermiere, un piccolo medico, un piccolo OSS da soli non possono fare molto contro un astuto virus, tuttavia tante piccole persone fanno un grande esercito ed insieme riusciremo a sconfiggere l’esserino invisibile che ha creato tanto scompiglio nelle nostre vite tranquille.

Gli infermieri dell’assistenza domiciliare sono al vostro fianco e ci resteranno con coraggio, senza indietreggiare di un millimetro.

Federica Brignoli, una piccola Infermiera dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI).