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Coronavirus, dire “è solo un’influenza” ha miseramente fallito. Una comunicazione fragile ha rafforzato comportamenti scorretti ma anche il panico riuscendo a fare soltanto il gioco del virus!

Coronavirus: dietro al comportamento scellerato di molti Italiani vi è una campagna comunicativa troppo fragile e scontata ed un’educazione collettiva insufficiente.

Rispetto la campagna comunicativa, la scelta di non informare sul virus basandosi sulla realtà delle cose ma cercando di minimizzare il tutto ha miseramente fallito.

Una scelta che è stata fatta sull’onda contrastante il panico in arrivo ma che ha generato soltanto ulteriore panico o sottostima del pericolo di contagio. E allora tutti si sono sentiti in diritto di andare al centro commerciale, a sciare, alla posta, al bar.

Fin dai primi momenti abbiamo assistito a contenuti del tipo “E’ solo un’influenza”, cosa che scientificamente è pure vero. Altro cavallo di battaglia è stato “Fa soltanto il 3% dei morti” per poi sottolineare che “Erano pure vecchi e malati”.

Premesso che ogni “vecchio e malato” è pure il caro parente o amico di qualcuno che magari non vorrebbe assistere a questa morte, dove sta la realtà?

Perchè i dati della Protezione Civile (e quelli mondiali) indicano che in effetti dai 65 in su è più probabile perire di Coronavirus e che nella stragrande maggioranza dei casi vi sono comorbilità.

Se poi però si leggono le storie dei singoli casi, ci rendiamo conto che i centinaia di morti non erano tutti così “vecchi e malati”, anzi vi sono molte contraddizioni in questo.

Prima di tutto qualcuno ci dovrà spiegare perchè dopo i 65 anni di età siamo abbastanza vecchi per morire a cuor leggero di coronavirus ma non lo siamo abbastanza quando si parla di pensione e ci devono imporre di lavorare fino a 67 anni?

Sulla questione delle comorbilità poi risultano diverse incongruenze di valutazione. Leggendo caso per caso si scoprono casi oncologici vicini al terminale, gravi stati di salute e BPCO importanti.

Ripetendo che si parla di persone e non di cartelle cliniche, la comunità sembra accettare questi criteri come “morti sopportabili”.

Ma alla stessa comunità vorrei personalmente chiedere: avete letto le altre storie? Ipertensione, diabete, storia di infarto o storia di polmonite. Anch’esse sono cartelle cliniche senza chances? Oppure effettivamente queste condizioni sono troppo comuni (coinvolgono milioni di italiani) per essere elemento caratterizzante la non pericolosità del virus?

Il comportamento degli Italiani degli ultimi giorni manifesta ancora una volta l’assoluta insufficiente educazione alla salute del nostro popolo.

Una situazione creata nel tempo e che nessuno spot di Amadeus (grande professionista che stimiamo), Pippo o Topolino potranno mai risolvere.

Far assimilare una cultura è un percorso lento, impegnativo e difficile che necessita coerenza e tante risorse, non solo economiche.

Occorrerà ripartire, magari dalle scuole e dagli istituti sociali basilari, per cercare di correggere l’oggi e non permettere che questa cultura di disinteresse alla salute sia un bagaglio che ci portiamo nel prossimo domani.