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I cani vivevano con l’uomo già 15.000 anni fa. Rinvenuti resti di canidi “domestici” a Grotta Paglicci e a Grotta Romanelli. Risalgono al Paleolitico Superiore.

Continua a suscitare scalpore la scoperta della razza canina più antica del mediterraneo riveniente dal deposito paleolitico di Grotta Paglicci a Rignano Garganico (FG), unitamente a soggetti similari riscontrati pure a Grotta Romanelli nel Leccese. La Puglia preistorica ancora una volta restituisce ritrovamenti che cambiano la storia del mondo.

Tutto si deve, come risaputo, ad uno studio approfondito condotto dall’Università di Siena e pubblicato sulla rivista scientifica “Nature”. Si tratta dei primi casi di addomesticamenti portati avanti circa 14 mila anni fa, quando l’Homo sapiens del tipo Cro-magnon del Paleolitico Superiore domina l’Europa ormai da un pezzo. Ad accertarne l’evidenza sono alcune analisi molecolari e morfologiche combinate di resti canidi repertati in entrambe le grotte.

Ciò a significare che i primi animali addomesticati dall’uomo vanno assai prima dell’avvento del Neolitico e dell’Agricoltura.

A proposito dell’ultimo settore occorre evidenziare che la conoscenza delle piante commestibili risalirebbe di ulteriori migliaia di anni. Non a caso, infatti è sempre Paglicci a fornire le prove. Il riferimento è alle tracce di farina di avena selvatica depositata su un pestello di pietra, prelevato a suo tempo, datato previo C14 a 32 mila anni da oggi.

Lo studio indica chiaramente che gli animali cosiddetti domestici e lo sfruttamento delle risorse vegetali era molto importante per le popolazioni di cacciatori-raccoglitori e che i Gravettiani di Paglicci già possedevano un patrimonio di conoscenze che si pensava diffuso solo dopo l’anzidetta ‘alba dell’agricoltura’, affermò a suo tempo la prof.ssa Annamaria Ronchitelli, titolare del settore, dopo l’avvenuto pensionamento di Arturo Palma di Cesnola, che degli scavi ultra-trentennali è stato il direttore. Come pure si deve a quest’ultimo, il ritrovamento nel 1961 a Grotta del Cavallo (Salento) di due denti decidui appartenenti all’Homo sapiens sapiens. E ciò all’epoca e in convivenza con l’Homo di Neanderthal, rompendo così, attraverso lo studio approfondito, la nota teoria dell’evoluzionismo umano, ossia che l’una e altra razza erano del tutto separate ed indipendenti. Non a caso., trovandosi la Grotta salentina nella Baia di Uluzzo, la coesistenza di entrambi i tipi umani fu definita dagli studiosi del settore”civiltà uluzziana”.

Lo “Stupor mundi” di Paglicci non è solo questo. L’esame accurato di così ricco materiale fossile dell’antro, unitamente a quello di altri importanti siti europei, ha permesso di stabilire che il Dna del Neanderthal va dal 3 al 6%, mentre tale tasso nell’umanità attuale si è ridotto appena al 2%.

E ancora è a Paglicci che si scopre che l’uomo e la donna sono simili a quelli di oggi. Ciò si deve alla ricostruzione dei rispettivi volti, grazie alla tecnica del Dna, assolta con successo dal Mallegni, emerito ‘prof’ ordinario dell’Università di Pisa.

Prima si riteneva che entrambi i soggetti avevano sembianze mascoline. Idem per le pitture parietali in ocra rossa dei cavalli e delle mani, uniche in Italia e tra le poche del mondo. Altrettanto per il resto delle migliaia e migliaia di reperti di ogni tipo ancora da studiare o da scavare. Peccato che gli scavi sono fermi al 2004.

Ci vorrebbe un altro mezzo secolo per finire. In ciò si confida nel Ministero dei Beni Culturali, nelle rispettive soprintendenze, nonché nelle nuove leve universitarie, a cominciare, appunto, dall’Università di Siena, che tanto ha fatto finora.

Per quanto riguarda Rignano, si attende con ansia l’inaugurazione del Museo che con ogni probabilità sarà dedicato ad Arturo Palma di Cesnola, già cittadino onorario, procrastinata più volte, anche a causa anche del CoVid-19. Ora si parla della metà di ottobre corrente anno. Speriamo.

Per saperne di più su Grotta Paglicci: LINK.

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