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Il delitto di Gemona del Friuli, che ha visto la brutale uccisione e lo smembramento di Alessandro Venier da parte della madre Lorena Venier e della compagna Maylin Castro Monsalvo, ha scosso profondamente la comunità friulana. Entrambe le donne, secondo l’accusa, hanno agito con premeditazione: l’acquisto della calce viva circa una settimana prima del delitto è considerato dagli inquirenti un indizio chiave di un piano preordinato per occultare il cadavere. Il corpo dell’uomo è stato fatto a pezzi e nascosto per cinque giorni in un bidone, prima che le due confessassero e chiamassero le forze dell’ordine.
Il movente del delitto si radica in un contesto famigliare estremamente conflittuale. La vittima voleva trasferirsi in Colombia insieme alla compagna e alla figlia neonata, scelta osteggiata sia dalla madre che dalla compagna stessa. Lorena Venier temeva di perdere la nipotina, cui era morbosamente legata, e riteneva anche che Maylin – considerata “la figlia che non ha mai avuto” – fosse in pericolo a causa dei comportamenti violenti di Alessandro. Infatti, dalle testimonianze degli avvocati e dai racconti emerge che l’uomo aveva già avuto episodi di violenza domestica verso entrambe le donne, oltre a trascorsi di aggressività sul lavoro (un pestaggio a un collega costato il licenziamento) e vicende legate a maltrattamenti di animali e altre denunce pregresse. La situazione economica della famiglia era precaria: solo Lorena lavorava stabilmente, dopo che il figlio aveva perso diverse opportunità per i suoi comportamenti.
Durante l’interrogatorio, Lorena Venier ha ammesso il gesto, definendolo “mostruoso” e imputandolo a una reazione alla paura per l’incolumità della nuora e della nipotina. Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato le misure cautelari: Lorena è rimasta in carcere, mentre Maylin – in stato di profondo shock e confusione – è stata affidata a una struttura protetta per potersi occupare della figlia. Le indagini scientifiche dovranno chiarire ancora molti dettagli, tra cui la dinamica esatta e il possibile utilizzo di sostanze per intontire la vittima prima dell’omicidio.
L’orrore e la complessità del dramma rivelano una famiglia alla deriva, segnata da violenze, paura e una spirale emotiva senza via d’uscita, culminata in un gesto estremo che segnerà a lungo la memoria della comunità locale.
Un interrogativo ci viene: ma chi ha ucciso veramente Alessandro? La madre stanca delle continue violenze del figlio o la compagna in cura presso il CSM? O entrambe? Saranno i giudici a deciderlo. E’ appena iniziato un processo che è già divenuto mediatico e di cui si parlerà per anni e anni come “l’omicio di Gemona”.
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