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23 Gen 2026, Ven

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La notte avvolgeva l’ospedale in un silenzio innaturale, rotto solo dal suono distante del monitor dei battiti cardiaci. Maria, infermiera con anni di esperienza alle spalle, camminava lungo il corridoio delle terapie con il passo leggero ma attento. Era il suo tredicesimo turno consecutivo di notte, eppure stasera qualcosa le dava la pelle d’oca.

Con una mano teneva stretta la cassa dei medicinali, con l’altra la torcia elettrica, puntandola verso le porte chiuse delle stanze. Il suo sguardo scrutava ogni angolo, abituata a notare anche la minima anomalia. Poi, all’improvviso, una sagoma scura come un’ombra si mosse appena sul lato del corridoio. Maria fermò il respiro e si voltò, ma davanti a sé non vide nulla. Solo il vuoto dell’oscurità che sembrava inghiottire ogni suono.

«Saranno solo i miei occhi che giocano brutti scherzi», mormorò a bassa voce, cercando di calmarsi. Ma il cuore non si calmava affatto. Proseguì lentamente il giro, ma a ogni passo un senso di inquietudine cresceva dentro di lei. Quella sensazione che qualcosa la stesse osservando, nascosta da qualche parte nelle ombre.

Improvvisamente sentì un rumore sommesso, un sussurro quasi impercettibile, come un bisbiglio lontano. Maria si girò di scatto, tenendo ferma la torcia e scrutando oltre il buio, verso gli angoli del corridoio. Non c’era nulla, o almeno così sembrava. Eppure l’aria intorno a lei divenne più gelida, il respiro si appannava leggermente davanti alla mascherina.

Gli istinti più antichi le dicevano di fuggire, ma lei sapeva che doveva restare. Il lavoro non aspetta, e i pazienti avevano bisogno di lei.

Avanzò con passo più deciso, ma ogni ombra sembrava prendere vita. La lampada sulla sua testa oscillava come se fosse scossa da una leggera brezza, anche se tutte le finestre erano chiuse. Un altro rumore, questa volta più netto: un colpo secco come un passo veloce sul pavimento di linoleum.

Maria si fermò di nuovo, il battito accelerato, sguardo fisso lungo il corridoio vuoto. Il tempo sembrava dilatarsi, e lei percepiva chiaramente una presenza. Non vedeva volti, ma sentiva un peso invisibile alle sue spalle, un’energia maligna che le faceva tremare la schiena.

Prese un respiro profondo e si voltò di scatto… ma niente. Nessuno. Solo il silenzio.

Con la mano tremante, accese il walkie-talkie e chiamò la sala infermieri: «Qui Maria, tutto ok?» Nessuna risposta. Il dispositivo sembrava bloccato.

Il panico iniziava a farsi strada, ma la sua professionalità la teneva ferma. Doveva finire il giro delle terapie, doveva assicurarsi che tutto fosse in ordine.

Mentre spingeva il carrello dei medicinali, un altro sussurro, più chiaro stavolta, sembrò chiamarla per nome. Maria si fermò di nuovo: «Chi c’è?» chiese con voce ferma, ma la risposta fu solo un eco lontano.

Il freddo diventava insopportabile, eppure il ricordo dei pazienti la spinse a non cedere alla paura. Continuò il suo cammino, ma il corridoio sembrava non finire mai, distorcendo lo spazio attorno a lei.

Alla fine del lungo percorso, raggiunta la porta del reparto, si fermò. Tornò indietro, più veloce, con la torcia che tremava nella mano. Forse era stata solo la stanchezza, oppure qualcosa di più oscuro si annidava lì, tra quelle mura.

Maria sapeva che quella notte l’avrebbe perseguitata per molto tempo, ma una cosa era certa: nell’ospedale, durante il turno di notte, le ombre non erano soltanto assenze di luce.

C’era qualcosa. E quella presenza non era affatto amichevole.

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