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Il recente Decreto Ministeriale 418 del 30 maggio 2025, che ha riformato l’accesso a Medicina sostituendo il test con un “semestre filtro”, ha riacceso il dibattito sulle politiche sanitarie e formative del nostro Paese. Tuttavia, questa misura, che rischia di convogliare una quota di studenti “esclusi” da Medicina verso i Corsi di Laurea delle professioni sanitarie (ex legge 251/00) per mancanza di alternative, è solo l’ultimo tassello di una situazione di difficoltà ben più profonda che queste professioni si trovano ad affrontare.
È fondamentale, quindi, andare oltre le criticità immediate del decreto per analizzare una questione più generale: la scarsa valorizzazione delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e della professione di ostetrica, dal punto di vista formativo, professionale e culturale. Questo, nonostante siano trascorsi ben 25 anni dall’approvazione della Legge 251/00, considerata la “madre” di tutte le norme per la riforma delle professioni sanitarie.
Le difficoltà attuali non nascono da oggi, ma da una situazione strutturale di lunga data, che la recente riforma ha reso ancor più evidente. È perciò urgente affrontare in modo organico le sfide che il settore vive, riprendendo le istanze sollevate da tempo dai rappresentanti ordinistici, scientifici e sindacali di queste professioni e da numerosi addetti ai lavori.
È sotto gli occhi di tutti come le professioni sanitarie vivano una condizione complessa, strette in una morsa di compiti sempre più gravosi, retribuzioni inadeguate e scarse prospettive di carriera (WHO, 2020; OECD, 2019). Nonostante una formazione universitaria di alto livello, le retribuzioni spesso non rispecchiano le responsabilità ricoperte. Le progressioni di carriera, pur previste dalla contrattazione nazionale con meccanismi analoghi a quelli della dirigenza medica e sanitaria, restano limitate nella pratica.
A questo si somma una carenza cronica di personale, che grava pesantemente sulle équipes, aumentando i carichi di lavoro, i turni e lo stress correlato (Journal of Nursing Scholarship, 2021). Un circolo vizioso che produce malessere professionale, assenteismo per malattia e difficoltà a mantenere in organico le forze necessarie per gestire i servizi. Senza una strategia di ampio respiro, queste difficoltà sono destinate ad aggravarsi.
Le professioni sanitarie non vivono solo di pratica clinica; esse si estendono all’organizzazione, alla ricerca, alla docenza e al management. La normativa, dalla 251/2000 al DM 270/04, ha teoricamente aperto spazi di progressione, ma nella realtà le posizioni per una piena valorizzazione delle competenze acquisite restano purtroppo scarse (The Lancet, 2016).
È per questa ragione che il modello formativo “3+2” sembra non essere più in grado di rispondere alle sfide attuali. L’introduzione delle Lauree specialistiche per singola professione rappresenta una soluzione potenzialmente eccellente, ma la sua implementazione generalizzata in tutte le Classi di Laurea e professioni appare complessa. Un percorso di studi più robusto, di almeno 4 o 5 anni, che non precluda un ulteriore iter di specializzazione, consentirebbe di formare professionisti con un livello di competenze più avanzate, senza la necessità di ricorrere a percorsi formativi post-base dal contenuto spesso disomogeneo.
Gli esperti auspicato una riforma dei piani di studio che includa una base formativa iniziale comune per tutte le professioni sanitarie, per poi specializzarsi gradualmente (WHO, 2020). Questo favorirebbe una maggiore conoscenza reciproca tra le professioni, una collaborazione più stretta e una migliore condivisione delle competenze non riservate.
È paradossale che, nonostante la richiesta di una formazione avanzata, le posizioni apicali a livello universitario per queste professioni siano quasi esclusivamente ricoperte da figure provenienti da altri settori, come la medicina o la biologia.
Questa situazione limita l’autonomia delle professioni sanitarie, ostacolando lo sviluppo di una cultura accademica propria e privandole di una piena rappresentatività all’interno delle università (The Lancet, 2016). È quindi fondamentale aumentare la rappresentanza accademica delle professioni sanitarie ex lege 251/00, per garantire che le scelte formative siano guidate dalla conoscenza diretta delle sfide che questo settore è chiamato ad affrontare.
È giunto il momento di ripensare in modo organico l’assetto delle professioni sanitarie. Una riforma strutturale dovrebbe puntare a:
- Superare il modello 3+2, con corsi di laurea più lunghi e capaci di integrare competenze oggi spesso demandate a Master e corsi post-laurea non standardizzati a livello nazionale.
- Riorganizzare i piani di studio, con percorsi iniziali comuni che favoriscano una formazione di base omogenea, una maggiore collaborazione interprofessionale e la condivisione di competenze non esclusive.
- Revisionare il sistema di accesso ai Corsi di laurea, con selezioni meno rigide in ingresso ma più rigorose durante il primo anno, facilitando anche i calcoli previsionali sui fabbisogni formativi.
- Aggiornare i Decreti Ministeriali che identificano e normano i profili professionali, ormai obsoleti rispetto all’evoluzione dei ruoli e delle competenze richieste.
- Razionalizzare le figure professionali, attraverso una revisione dei profili che riduca la frammentazione senza sacrificare la necessaria specializzazione.
- Aumentare la rappresentanza accademica, favorendo l’accesso alle cattedre da parte dei professionisti sanitari e potenziando il controllo sui percorsi formativi universitari.
Queste sono sfide complesse, che richiedono una forte volontà di riforma, una profonda condivisione delle scelte e una graduale, ma decisa, implementazione. È essenziale che questo dibattito non rimanga confinato agli “addetti ai lavori”, ma diventi una priorità per l’intero Servizio Sanitario Nazionale. La valorizzazione delle professioni sanitarie è infatti cruciale per la cura delle persone e per la tenuta stessa del nostro modello di salute (OECD, 2019; WHO, 2020).
È tempo di compiere scelte coraggiose per garantire un futuro solido alla cura, all’assistenza e alla salute di tutta la società.
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