Non c’è più niente da fare, ma è stato bello sognare. Così cantava Bobby Solo nel 1967. Oggi il Servizio Sanitario Nazionale si è drammaticamente allontanato dalla sua funzione originaria, frammentandosi in venti sistemi regionali caratterizzati da una profonda e inaccettabile eterogeneità. Il Mezzogiorno rappresenta la realtà più problematica di una crisi strutturale ormai sistemica. Negli ultimi decenni, i diversi orientamenti politici hanno operato secondo logiche di bilancio e di partito che hanno progressivamente trascurato la sanità pubblica. Per tale ragione, appare urgente ripensare radicalmente i criteri di finanziamento e i modelli di prelievo fiscale alla fonte, restituendo certezza e reale autonomia al sistema.

Dagli anni Novanta a oggi, il continuo succedersi di riforme ha svuotato la sanità pubblica in ogni suo aspetto. I colleghi infermieri, privi di stimoli e di adeguate tutele contrattuali, lavorano al solo fine di garantire la propria sussistenza e per offrire un sorriso ai pazienti, schiacciati da turni estenuanti e faticando a ritrovare oggi quella coesione d’intenti che negli anni Novanta permise storiche e coraggiose mobilitazioni. In questo storico logoramento, anche parte della rappresentanza professionale — ordini e sindacati — risente della crisi in determinati contesti, giungendo talvolta ad applaudire scelte distanti dalla realtà dei fatti.
Nonostante questo scenario critico, le istituzioni politiche e sanitarie ignorano la gravità del problema, imponendo decisioni calate dall’alto. Manca la volontà di condividere le soluzioni con gli operatori che lavorano quotidianamente in prima linea; figure che potrebbero indicare chiaramente come garantire gli standard minimi di assistenza. È evidente che non serva più continuare a scrivere di questa sanità malata. Per richiamare un proverbio della cultura meridionale: «Quando l’asino non vuole bere, è inutile che fischi». Eppure, l’evidenza dei dati ci impone di non rassegnarci, a partire dalle realtà territoriali più complesse.
La regione che sconta le maggiori criticità è la Calabria, dove gran parte del territorio è privo di risorse e le poche strutture rimaste non riescono a rispondere ai bisogni assistenziali dei cittadini. Di conseguenza, si alimenta una doppia migrazione sanitaria — verso il settore privato e verso altre regioni — con un costo di circa 326,9 milioni di euro per le casse regionali (fonte GIMBE 2026), mentre la maggior parte dell’utenza si riversa in massa sui principali ospedali di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria. Si tratta di strutture che corrono il rischio di diventare focolai di lamenti e tensioni, in particolar modo nei pronto soccorso, dove a volte l’attesa prolungata in condizioni di sovraffollamento e disagio può trasformarsi in ribellione e violenza inaccettabile che si manifesta in modo drammatico anche nei reparti, segno dell’esasperazione dei cittadini di fronte alle continue difficoltà che devono affrontare i malati insieme ai loro familiari. Inoltre, il sistema di emergenza-urgenza viene impropriamente sfruttato dall’utenza come un mero “taxi sanitario”, a causa delle storture della medicina difensiva e della totale assenza di filtri sul territorio
In questa prospettiva, favorire l’aggregazione tra i Comuni nella gestione dei servizi sociali e sanitari rappresenta un passaggio essenziale. Proprio grazie all’evoluzione delle Case della Comunità e alle linee guida del DM 77, tale sinergia consentirebbe di incrementare sensibilmente la capacità di fornire risposte concrete alla cittadinanza. Inoltre, il potenziamento della rete informatica regionale – capace di collegare in tempo reale i sistemi applicativi dei medici di medicina generale, della continuità assistenziale e delle strutture ospedaliere – garantirebbe un’assistenza superiore per ogni paziente che si rivolga a qualsiasi ente sanitario del territorio, incluse le AFT (aggregazioni funzionali territoriali), assicurando al contempo un ascolto effettivo per eventuali necessità da trasmettere alle figure competenti.
Se vogliamo salvare quel poco di sanità pubblica rimasto, è necessario ascoltare gli operatori sanitari in prima linea, soprattutto coloro che vivono costantemente l’emergenza e possiedono una lunga esperienza sul campo. Ciò sarà possibile solo a patto di superare logiche di fazione, rivalità di campanile o appartenenze ideologiche. Tutti gli altri dovrebbero fare un passo indietro, con estrema delicatezza e umiltà. In caso contrario, ogni rinnovamento — in particolare il nuovo modello della cosiddetta sanità di prossimità — risulterà solo di facciata e privo di reale contenuto. Se così non fosse, non resterà che ripetere le ultime parole di Gesù sulla Croce: «Tutto è compiuto».
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