Nelle scuole del Veneto gli operatori sociosanitari chiamati a coprire i vuoti dell’assistenza agli studenti con disabilità. Sono circa 3.500 i ragazzi disabili nelle scuole statali, 1.500 dei quali alle elementari. I sindacati: «L’OSS non può sostituire l’insegnante di sostegno».
La carenza di insegnanti di sostegno rischia di trasformarsi in una nuova emergenza per la scuola veneta. E, nel tentativo di garantire comunque l’assistenza agli alunni con disabilità, entrano in gioco anche gli operatori sociosanitari (OSS).
Una situazione che sta facendo discutere e che viene definita dal mondo sindacale una «anomalia tutta veneta», con forti dubbi sulla legittimità di utilizzare personale con funzioni assistenziali per sopperire alla mancanza di figure professionali appartenenti al mondo della scuola.
Il problema riguarda migliaia di studenti. Sono infatti circa 3.500 i ragazzi con disabilità presenti nelle scuole statali del Veneto, mentre circa 1.500 frequentano la scuola primaria.
Numeri che rendono evidente la dimensione della questione e che pongono una domanda: chi deve garantire il sostegno educativo e didattico a questi studenti quando gli insegnanti specializzati non sono disponibili?
L’OSS non è un insegnante di sostegno.
Il punto centrale della vicenda riguarda la distinzione tra due ruoli che hanno competenze e responsabilità differenti.
L’insegnante di sostegno è un docente a tutti gli effetti e partecipa alla progettazione e alla realizzazione del percorso didattico ed educativo dell’alunno con disabilità, lavorando all’interno del consiglio di classe o del team docente.
L’OSS, invece, è un operatore che svolge attività di assistenza alla persona, rivolte in particolare ai bisogni primari, all’autonomia e al benessere dell’utente.
Le due figure possono certamente collaborare, ma non sono intercambiabili.
Ed è proprio su questo punto che si concentra la protesta: un OSS può affiancare un alunno con disabilità nelle attività assistenziali previste dal proprio profilo, ma non può diventare il sostituto di un docente di sostegno assente.
Quando l’assistenza rischia di trasformarsi in supplenza.
Il problema nasce quando la carenza di personale scolastico porta a utilizzare l’OSS per svolgere attività che appartengono alla funzione docente.
Il rischio, denunciano le organizzazioni sindacali, è quello di trasformare una figura nata per garantire assistenza e autonomia in una sorta di «supplente» dell’insegnante di sostegno.
Ma così si crea una sovrapposizione di ruoli che può generare problemi sia sul piano professionale sia su quello della responsabilità.
L’OSS non dispone infatti delle stesse competenze pedagogiche, didattiche e progettuali dell’insegnante di sostegno.
E soprattutto non può essere chiamato a rispondere di un percorso educativo che non rientra nel proprio profilo professionale.
Una soluzione dettata dalla carenza di personale?
La questione sembra inserirsi in un problema più ampio: la difficoltà delle scuole a reperire insegnanti specializzati sul sostegno.
Il numero degli alunni con disabilità cresce e, parallelamente, il sistema scolastico deve fare i conti con una disponibilità di docenti che non sempre riesce a coprire tempestivamente il fabbisogno.
Quando l’organico non è sufficiente, il rischio è che siano le singole scuole e i servizi territoriali a dover cercare soluzioni emergenziali.
Ma l’emergenza non può trasformarsi in una modalità ordinaria di organizzazione.
Perché dietro ogni posto di sostegno non coperto c’è un bambino o un ragazzo che ha diritto a un percorso scolastico adeguato e personalizzato.
«Una situazione illegittima».
Le contestazioni più dure riguardano proprio il possibile utilizzo degli OSS oltre i limiti delle loro competenze.
La denuncia sindacale parla di una situazione che potrebbe configurarsi come illegittima, proprio nel momento in cui all’operatore sociosanitario vengono attribuiti compiti che non appartengono al suo profilo professionale.
È importante, tuttavia, distinguere tra l’utilizzo corretto dell’OSS nelle attività di assistenza e autonomia e l’eventuale attribuzione di funzioni proprie dell’insegnante.
L’OSS può essere una risorsa preziosa nel percorso di inclusione, ma non può diventare la soluzione alla carenza degli insegnanti di sostegno.
Il rischio per gli studenti.
A essere maggiormente esposti alle conseguenze di questa situazione sono proprio gli studenti con disabilità.
L’inclusione scolastica non significa soltanto garantire la presenza fisica dell’alunno in classe.
Significa assicurare un percorso educativo e didattico coerente con i suoi bisogni, favorire l’autonomia, la partecipazione e l’apprendimento e garantire il necessario coordinamento tra scuola, famiglia e servizi.
Se l’assenza dell’insegnante di sostegno viene compensata impropriamente con una figura assistenziale, il rischio è che l’alunno venga sì assistito, ma non adeguatamente sostenuto sul piano educativo e didattico.
Sono due dimensioni diverse e entrambe indispensabili.
La questione riguarda anche gli OSS.
La vicenda pone interrogativi importanti anche per gli stessi operatori sociosanitari.
L’OSS non può essere considerato una figura «jolly» da utilizzare ogni volta che manca personale.
Attribuirgli compiti non previsti dal profilo significa esporre il lavoratore a responsabilità improprie e creare potenziali conflitti con altre figure professionali.
Al contrario, valorizzare correttamente il ruolo dell’OSS significa utilizzare le sue competenze dove sono realmente necessarie: assistenza, cura della persona, supporto ai bisogni primari e promozione dell’autonomia, nel rispetto delle competenze degli altri professionisti.
Una questione che chiama in causa Regione e scuola.
La situazione veneta apre quindi una riflessione più ampia sul modello di inclusione scolastica.
Se gli studenti con disabilità sono migliaia e gli insegnanti di sostegno non sono sufficienti, la risposta non può essere quella di trasferire il problema su altre figure professionali.
Servono invece organici adeguati, continuità didattica, insegnanti specializzati e una chiara distinzione delle responsabilità professionali.
Parallelamente, occorre garantire la presenza degli operatori dell’assistenza laddove siano necessari, senza trasformarli in sostituti dei docenti.
Non si può risolvere una carenza creandone un’altra.
Il caso veneto mette in luce un principio semplice ma fondamentale: una carenza di personale non può essere risolta spostando le competenze da una professione all’altra.
L’insegnante di sostegno deve poter svolgere il proprio lavoro. L’OSS deve poter svolgere il proprio. E lo studente con disabilità deve poter beneficiare di entrambe le figure quando il suo progetto individuale lo richiede.
Perché se l’OSS viene utilizzato per coprire l’assenza del docente, non si risolve il problema dell’insegnante di sostegno. Allo stesso tempo, si rischia di snaturare il ruolo dell’operatore sociosanitario.
Una doppia anomalia che, se confermata e protratta nel tempo, merita una risposta chiara da parte delle istituzioni.
La vera sfida non è trovare qualcuno che occupi una sedia vuota in classe. È garantire a ogni studente con disabilità il professionista giusto, con le competenze giuste e nel rispetto dei rispettivi ruoli.
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