Mentre l’Italia si conferma uno dei Paesi più vecchi al mondo, il cuore del nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN) sta subendo un’emorragia silenziosa. Gli infermieri mancano, quelli in servizio sono stremati e i giovani sembrano non voler più scegliere questa strada. Ma non è solo una questione di “vocazione”: a pesare sono stipendi tra i più bassi d’Europa e condizioni di lavoro diventate insostenibili.
I numeri del vuoto: un gap incolmabile?

I dati dell’ultimo rapporto OCSE 2025 parlano chiaro. In Italia contiamo circa 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, una cifra drasticamente inferiore alla media europea (8,4) e lontanissima da paesi come la Germania (12,2) o la Svizzera (18).
Secondo le stime della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) e dei principali sindacati, mancherebbero all’appello tra i 65.000 e i 100.000 professionisti per garantire standard di assistenza dignitosi. Entro il 2030, con l’ondata di pensionamenti prevista, il buco potrebbe diventare un voragine.
La “questione salariale”: eroi a parole, precari nei fatti.
La ragione principale della scarsa attrattività della professione è economica. Un infermiere italiano guadagna in media circa 32.400 euro lordi annui, contro una media OCSE che sfiora i 40.000 euro.
Il confronto che scotta: un infermiere che decide di attraversare il confine e lavorare in Svizzera (Cantone Ticino) può arrivare a percepire uno stipendio netto che oscilla tra i 3.000 e i 4.500 euro al mese, quasi il triplo rispetto ai 1.700-1.900 euro (indennità incluse) di un collega che lavora in un ospedale pubblico di Milano o Roma.
Non sorprende che molti scelgano la via dell’espatrio o preferiscano passare al settore privato o alle cooperative, dove — pur con meno tutele — la flessibilità e i compensi possono essere maggiori.
Una società che invecchia, una sanità che arranca.
Il paradosso italiano è demografico. Con una popolazione dove quasi il 25% degli abitanti ha più di 65 anni, il bisogno di assistenza infermieristica — non solo negli ospedali, ma soprattutto sul territorio e a domicilio — è in crescita esponenziale.
Le malattie croniche richiedono continuità, cura e monitoraggio: tutte mansioni che ricadono sulla figura dell’infermiere. Senza un ricambio generazionale, il rischio è il collasso delle prestazioni di base e l’allungamento infinito delle liste d’attesa.
Perché i giovani dicono “no”.
Se un tempo il test d’ingresso a Infermieristica era una sfida tra migliaia di candidati, oggi molti posti nelle università restano vacanti. I motivi?
- Carichi di lavoro estenuanti: turni doppi, riposi saltati e reperibilità costanti a causa della carenza di personale.
- Scarsa progressione di carriera: in Italia, il percorso di crescita professionale per un infermiere è ancora molto limitato rispetto ai sistemi anglosassoni.
- Responsabilità crescenti vs riconoscimento sociale: la pandemia ha mostrato l’importanza vitale della categoria, ma a questo non è seguito un adeguamento contrattuale strutturale.
Oltre gli applausi, servono investimenti.
La crisi degli infermieri non è solo un problema di categoria, è un problema di tutti i cittadini. Senza un intervento deciso sugli stipendi, sul benessere organizzativo e sull’autonomia professionale, il diritto alla salute sancito dalla Costituzione rischia di diventare un privilegio per pochi.
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