Esistono momenti in cui la vita di una persona è appesa a un filo invisibile, fatto di coincidenze, intoppi tecnici e, fortunatamente, di sguardi attenti. Quella che vi raccontiamo non è una storia di corsia come le altre, ma il resoconto di come la prontezza di un operatore socio sanitario abbia evitato una tragedia in un Pronto Soccorso del Lazio.
Il guasto telematico e quella corsa in ascensore.
Tutto inizia con un banale, quanto critico, imprevisto: il sistema informatico dell’ospedale va in tilt. I referti degli esami di laboratorio non appaiono più sui monitor dei medici. In questi casi, si torna all’antico: bisogna andare fisicamente a ritirare i fogli cartacei.
Un operatore socio sanitario viene incaricato di fare la spola tra il reparto e il laboratorio. Tra le mani ha due referti di due pazienti diversi. Durante il tragitto in ascensore, l’operatore getta l’occhio su quei fogli. Non è un medico, ma l’esperienza e la curiosità professionale lo portano a notare un dettaglio: uno dei due esami mostra un valore dei globuli bianchi altissimo, oltre 25.000. Un segnale inequivocabile di un’infezione grave o di una sofferenza acuta dell’organismo.
Il nome sulla carta è singolare, uno di quei cognomi che restano impressi nella memoria. Consegna i referti e torna al suo lavoro, convinto che la macchina sanitaria farà il suo corso.
Il dubbio: “Ma lo stanno dimettendo?”
Poco dopo, passando davanti al bancone dove i medici decidono le sorti dei pazienti, l’operatore sente quel nome. Quel cognome strano. Il medico sta firmando le carte per le dimissioni.
In quel momento scatta il cortocircuito: “Com’è possibile? Quella donna ha i bianchi a 25.000 e torna a casa?”. L’imbarazzo è forte. Un operatore socio sanitario può correggere un medico? Come dirlo senza sembrare invadente o mettere in discussione l’autorità clinica?
Il coraggio della collaborazione.
Invece di tacere e voltarsi dall’altra parte, l’operatore decide di agire per il bene della paziente. Si rivolge a un’infermiera con cui lavora da anni, una persona di cui si fida. Le sussurra il suo dubbio, le parla di quei valori letti quasi per caso in ascensore.
L’infermiera capisce immediatamente la gravità della situazione. Va dal medico, chiede di ricontrollare le cartelle e i referti cartacei appena arrivati. Il medico si ferma, ricontrolla e sbianca: c’era stato un errore di trascrizione o di consultazione dovuto proprio al caos causato dal blocco informatico.
Una vita salvata dal “fattore umano”.
Se quell’operatore non avesse guardato quei fogli, se non avesse avuto il coraggio di parlare, quella donna sarebbe tornata a casa con un’infezione potenzialmente letale in corso.
Questa storia ci insegna tre cose fondamentali:
- L’ospedale è una squadra: non esistono ruoli “minori” quando l’obiettivo è la salute del paziente.
- L’occhio umano è insostituibile: anche nell’era tecnologica, l’attenzione e la memoria di un operatore possono arrivare dove il software fallisce.
- L’umiltà salva la vita: la capacità di un’infermiera e di un medico di ascoltare il dubbio di un collega è ciò che trasforma una struttura sanitaria in un luogo sicuro.
A quell’operatore socio sanitario va il nostro ringraziamento. Non per aver fatto il suo lavoro, ma per averlo fatto con il cuore e con la testa, andando oltre l’acronimo sulla divisa.
Share this content:
