L’assistenza infermieristica non si realizza mediante calcoli matematici, bensì attraverso l’interazione con le persone: individui dotati di motivazione, empatia e un profondo senso di altruismo. L’essere infermiere rappresenta altresì una missione, caratterizzata da responsabilità e rinunce, poiché è fondamentale essere consapevoli della natura del lavoro svolto. Si tratta di una professione che prevede turni continuativi, in cui non esistono giorni festivi o feriali distinti, ma ogni giornata può presentarsi simile alla precedente. In questa professione, l’obiettivo primario è il paziente considerato nella sua globalità, con la possibilità concreta di contribuire al miglioramento del suo benessere e della qualità della vita. Purtroppo, nella realtà attuale del nostro Paese, ciò non sempre si verifica; spesso l’infermiere viene percepito semplicemente come forza lavoro anziché come un professionista abilitato all’esercizio della propria attività ai sensi dell’articolo 2229 del Codice Civile e meritevole di adeguato riconoscimento. La relazione di cura tanto sottolineata dal codice deontologico nell’articolo 4 sembra essersi notevolmente ridotta: oggi l’infermiere dispone solo del tempo necessario per somministrare la terapia e manca delle pause indispensabili per ascoltare il paziente nelle sue fragilità e problematiche. Inoltre, la turnazione viene organizzata principalmente sulla base di parametri economici e di politiche sanitarie piuttosto che in relazione al numero dei pazienti o alle specifiche patologie trattate.
Negli ultimi giorni, le cronache riportano titoli che sottolineano la carenza di infermieri, citando cifre quali “mancano 30.000, 50.000 o 70.000 infermieri”. È indubbio che nel nostro Paese tale carenza sia sempre più evidente non solo in ambito ospedaliero, ma anche sul territorio, dove ormai i cittadini non sanno a chi rivolgersi e si recano al pronto soccorso, unico punto di riferimento rimasto anche per interventi semplici come medicazioni o addirittura la sostituzione di cateteri. Numerose sono le problematiche che affliggono i pazienti affetti da patologie croniche; tuttavia, nonostante ciò, poco è stato fatto per rendere attrattiva una professione unica nel suo genere, soprattutto per la continuità assistenziale garantita al paziente ventiquattro ore su ventiquattro, dall’ingresso fino alla dimissione.
Essere una missione non implica però rinunciare alla propria dignità umana e professionale: l’infermieristica deve poter essere accompagnata da almeno una minima gratificazione in termini di carriera e, soprattutto, da una retribuzione adeguata che consenta di vivere con dignità. La passione e l’altruismo non possono sostituire il giusto riconoscimento economico e professionale di un ruolo fondamentale per il sistema sanitario.
Sarebbe auspicabile un’inversione di tendenza sia nella valutazione sia nella considerazione di questa professione che sta perdendo non solo il proprio fascino attrattivo ma anche quell’empatia peculiare che si instaura con tale figura.
Condividi
