In sanità si parla spesso di competenze, di ruoli, di responsabilità. Molto più raramente si parla di “ignoranza”.
Non quella che nasce dalla mancanza di studio, ma quella più subdola e pericolosa: l’ignoranza culturale, relazionale, umana.
Quella che trasforma i titoli di studio in strumenti di superiorità e i luoghi di cura in campi di battaglia silenziosi.
Si è progressivamente consolidata una gerarchia informale, spesso accettata come “naturale”, in cui il valore delle persone viene misurato più dal titolo che dalla funzione reale svolta.
Il medico, in quanto laureato e specializzato, viene posto al vertice. Subito sotto l’infermiere, spesso percepito come un “laureato di categoria B”, nonostante lauree magistrali, master e competenze avanzate.
Questa frustrazione, anziché essere elaborata in modo costruttivo, troppo spesso scivola verso il basso, colpendo gli OSS, visti come figure minori, ignoranti, talvolta volutamente etichettati come semplici ausiliari o “pulitori”, quasi a marcare una distanza sociale prima ancora che professionale.
Più in basso ancora, gli ausiliari e gli addetti alle pulizie, talvolta in possesso della stessa qualifica OSS o addirittura di titoli universitari conseguiti in altri ambiti.
Persone che per percorsi di vita diversi o per mancanza di opportunità, si trovano a svolgere ruoli fondamentali ma scarsamente riconosciuti. È qui che la gerarchia smette di essere organizzativa e diventa una vera e propria logica di casta.
Eppure la sanità non è, o non dovrebbe essere, un sistema di caste. È un sistema di ruoli. Ruoli diversi, con competenze diverse, tutti indispensabili. Confondere il ruolo con il valore umano o professionale è uno degli errori più gravi che un’organizzazione possa commettere.
Ci sono OSS, ausiliari o addetti alle pulizie plurilaureati. Così come ci sono infermieri che hanno trovato nella professione infermieristica una strada possibile dopo aver incontrato porte chiuse altrove.
Questo non sminuisce nessuno. Al contrario, dovrebbe ricordarci che le persone vengono prima dei titoli e che il lavoro non definisce la dignità di chi lo svolge.
Finché si continuerà a ragionare per caste, mettendo i titoli davanti alla persona, gli ambienti sanitari resteranno luoghi pesanti, umilianti, talvolta apertamente discriminanti. Luoghi in cui si lavora male e di conseguenza, si cura peggio. Tutti, nessuno escluso, dovrebbero fare un passo indietro e ripensare il proprio modo di stare dentro il sistema.
La sanità dovrebbe ruotare attorno al paziente, non all’ego dei professionisti. Ma viene spontaneo chiedersi: quante volte chi sta più in alto nella gerarchia si è fermato davvero a fare questo tipo di riflessione? Ognuno, consapevolmente o meno, tende a identificarsi con il ruolo di “comando” che gli è stato assegnato, dimenticando che il comando non è dominio ma responsabilità.
Facciamo allora un esempio semplice, concreto.
In un reparto lavorano cinque figure: medico, infermiere, OSS, ausiliario, addetto alle pulizie. A un medico cade del caffè per terra. Chi lo pulisce? Normalmente l’addetto alle pulizie, che svolge con dignità e competenza il proprio lavoro. Ma se quel giorno l’addetto alle pulizie non c’è? La richiesta verrà rivolta, quasi automaticamente, a chi ha la qualifica considerata più “bassa”: l’ausiliario. Se manca anche lui, toccherà all’OSS. Se manca pure l’OSS, allora all’infermiere.
La domanda è: è giusto che funzioni così?
Siamo tutti dipendenti della stessa struttura. Tutti parte dello stesso ingranaggio. Se manca la figura preposta a una determinata mansione, non esistono più caste, ma solo persone chiamate a garantire decoro, sicurezza e rispetto degli spazi comuni. Un addetto alle pulizie non può sostituirsi a un medico, perché non ne ha le competenze cliniche.
Ma un medico, se ha sporcato, può e dovrebbe sostituirsi all’addetto alle pulizie in sua assenza.
Non è una questione di competenze, ma di responsabilità e civiltà.
Se un paziente sporca una sala d’attesa e non è presente l’addetto alle pulizie, quella situazione può e deve essere gestita da chiunque sia lì: medico, infermiere, OSS o ausiliario.
È una questione di decoro, non di status. Di rispetto, non di titoli.
Forse è proprio qui che si misura la vera maturità di un sistema sanitario: nella capacità di riconoscere che nessun ruolo è umiliante, che nessun lavoro è indegno, e che la vera ignoranza non sta nel fare, ma nel rifiutarsi di farlo per sentirsi superiori.
Alex Monk, OSS
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