L’estensione dell’intramoenia alle professioni sanitarie riaccende il confronto: valorizzazione delle competenze o ulteriore indebolimento del Servizio sanitario nazionale?
L’ipotesi di estendere la libera professione intramuraria agli infermieri e alle altre professioni sanitarie sta alimentando un acceso dibattito nel mondo della sanità italiana. Da una parte c’è chi considera questa possibilità una forma di valorizzazione economica e professionale per categorie da anni penalizzate da stipendi insufficienti e carichi di lavoro crescenti. Dall’altra, c’è chi teme che si possa replicare un modello che, secondo molti osservatori, ha già contribuito ad accentuare le criticità del Servizio sanitario nazionale.
Tra le voci più critiche emerge quella del giornalista Liborio La Mattina, che in un editoriale pubblicato su “La Voce” lancia un monito netto: «Se passa anche questa, la sanità pubblica sarà completamente finita».
Cosa prevede la proposta
Il tema è tutt’altro che teorico. In Parlamento sono attualmente in discussione provvedimenti che potrebbero aprire nuovi scenari.
Tra questi figura il disegno di legge S.648, che punta ad estendere l’attività libero-professionale intramuraria a tutte le professioni sanitarie. A questo si aggiunge il disegno di legge C.2700 sulla riforma delle professioni sanitarie, attualmente all’esame della Camera dei Deputati, oltre alle disposizioni già contenute nel nuovo contratto del comparto sanità che disciplinano la collaborazione del personale del comparto alle attività di libera professione dei dirigenti sanitari.
Secondo i sostenitori della riforma, si tratterebbe di un passo avanti verso il riconoscimento dell’autonomia professionale degli infermieri. Per i detrattori, invece, rappresenterebbe l’inizio di un ulteriore spostamento di risorse umane dal pubblico verso il privato.
Il precedente dei medici
La critica principale prende le mosse dall’esperienza della libera professione medica.
Secondo La Mattina, il sistema dell’intramoenia, nato con l’obiettivo di regolamentare l’attività privata dei medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale, avrebbe prodotto nel tempo effetti distorsivi: liste d’attesa sempre più lunghe, cittadini costretti a rivolgersi al privato e una crescente difficoltà nel garantire la piena disponibilità dei professionisti nelle strutture pubbliche.
L’editorialista sostiene che il prestigio professionale costruito all’interno del sistema pubblico finisca spesso per essere monetizzato nel mercato privato, generando una sovrapposizione tra interesse collettivo e interesse individuale.
«Il pubblico dà la targhetta, il reparto, la casistica e il prestigio. Poi il privato incassa», scrive.
Una lettura che, pur non rappresentando l’unica interpretazione possibile del fenomeno, fotografa un malessere diffuso tra cittadini e operatori rispetto alle difficoltà di accesso alle cure.
Infermieri: il problema non è il diritto a guadagnare di più
Nel dibattito emerge però un punto condiviso: gli infermieri italiani vivono da anni una condizione di forte sofferenza professionale.
Carichi assistenziali elevati, carenza cronica di personale, turni spesso massacranti, responsabilità crescenti e retribuzioni considerate non adeguate rispetto alla complessità del lavoro svolto rappresentano criticità riconosciute trasversalmente.
Per questo motivo, anche chi si oppone all’estensione della libera professione sottolinea che il problema non riguarda il diritto degli infermieri a ottenere un migliore riconoscimento economico.
La questione riguarda piuttosto gli strumenti da utilizzare per raggiungere questo obiettivo.
Due visioni contrapposte
Il confronto mette oggi di fronte due differenti modelli di sanità.
La prima visione ritiene che consentire agli infermieri di esercitare attività libero-professionali rappresenti una forma di valorizzazione delle competenze, utile anche a trattenere professionisti che altrimenti potrebbero lasciare il Servizio sanitario nazionale o scegliere altri percorsi lavorativi.
La seconda visione considera invece questa strada una scorciatoia pericolosa, che rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà organizzative del sistema pubblico.
Secondo questa impostazione, se nei reparti, nei pronto soccorso, nelle Case della Comunità e nei servizi territoriali mancano infermieri, la risposta non può essere quella di autorizzarli a svolgere un secondo lavoro, ma deve tradursi in politiche strutturali di rafforzamento del sistema.
Cosa servirebbe davvero al Servizio sanitario nazionale?
Gli stessi professionisti indicano da tempo alcune priorità:
- nuove assunzioni per colmare le carenze di organico;
- stipendi più competitivi rispetto alla media europea;
- percorsi di carriera chiari e valorizzanti;
- condizioni di lavoro sostenibili;
- maggiore sicurezza nei luoghi di cura;
- investimenti nella formazione e nelle competenze avanzate.
Per alcuni osservatori, una reale politica di esclusività nel pubblico, accompagnata da un deciso incremento delle retribuzioni, potrebbe rappresentare una soluzione alternativa alla diffusione del doppio binario pubblico-privato.
Altri ritengono invece che esclusività e libera professione possano coesistere attraverso regole chiare e controlli efficaci.
Una scelta che riguarda il futuro della sanità
Al di là delle diverse posizioni, il dibattito sulla libera professione degli infermieri apre una riflessione più ampia sul modello di sanità che il Paese intende costruire nei prossimi anni.
La domanda di fondo è semplice ma cruciale: il Servizio sanitario nazionale deve continuare a fondarsi prevalentemente sul principio dell’universalità delle cure garantite dal pubblico oppure deve evolvere verso un sistema nel quale pubblico e privato convivano in maniera sempre più integrata?
La risposta non riguarda soltanto gli infermieri o le altre professioni sanitarie.
Riguarda milioni di cittadini che ogni giorno si confrontano con liste d’attesa, difficoltà di accesso ai servizi e crescenti spese sanitarie sostenute di tasca propria.
Perché il vero nodo non è stabilire se i professionisti abbiano diritto a essere adeguatamente retribuiti – un principio difficilmente contestabile – ma decidere quale equilibrio costruire tra valorizzazione del lavoro sanitario e tutela di quel diritto alla salute che, da oltre quarant’anni, rappresenta uno dei pilastri fondamentali del Servizio sanitario nazionale.
E forse è proprio questa la sfida che il legislatore non potrà più rinviare: scegliere se rafforzare il sistema pubblico investendo sulle sue risorse umane o continuare ad affidarsi a soluzioni tampone che, nel lungo periodo, rischiano di ridefinire profondamente il volto della sanità italiana.
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