C’è un paradosso tutto italiano che si consuma ogni giorno tra i corridoi dei nostri ospedali. È il paradosso di un sistema che, durante l’emergenza, ha scoperto di avere dei “giganti” tra le proprie fila, chiamandoli eroi e dedicando loro applausi dai balconi, per poi rimetterli prontamente nell’ombra non appena le luci della ribalta si sono spente. Parliamo degli infermieri, degli OSS (Operatori Socio-Sanitari) e di tutte le professioni sanitarie tecniche e della riabilitazione.
Mentre per la dirigenza medica si assiste, pur tra mille fatiche, a un percorso di continui adeguamenti, riconoscimenti economici e rinnovi che cercano di arginare la fuga di cervelli, per il resto del comparto il panorama è desolante. Le richieste di chi sta al letto del paziente 24 ore su 24 sembrano scontrarsi contro un muro di gomma istituzionale. Ma perché questa disparità è così radicata?
Una questione di gerarchie superate.
Il primo grande ostacolo è culturale. In Italia fatichiamo a liberarci di una visione “medicocentrica” della cura. Se nell’immaginario collettivo il medico è colui che salva la vita, l’infermiere o l’operatore socio-sanitario vengono ancora percepiti come figure di supporto, quasi accessorie. Questa visione ignora l’evoluzione scientifica degli ultimi vent’anni: oggi l’infermiere è un professionista laureato, spesso specializzato con master e dottorati, che gestisce processi clinici complessi in totale autonomia. Eppure, questa crescita professionale non si è mai tradotta in una crescita contrattuale equivalente.
Mentre il medico ha un contratto separato che gli permette una forza negoziale diretta con lo Stato, il personale del comparto è intrappolato in una contrattazione collettiva che appiattisce le differenze e diluisce le risorse.
Il peso della responsabilità senza il premio del merito.
Non è solo una questione di “zero in più” in busta paga, ma di una sproporzione evidente tra responsabilità e ricompensa. Un infermiere o un tecnico di radiologia si assumono rischi professionali enormi, affrontano turni massacranti per sopperire alle croniche carenze di organico e sono le prime vittime delle crescenti aggressioni nei pronto soccorso.
Quando si parla di aumenti per i medici, la politica giustifica la scelta con la necessità di rendere la professione attrattiva. Ma non ci si chiede: chi renderà attrattiva la professione infermieristica? Senza infermieri e OSS, le sale operatorie non aprono, le terapie non vengono somministrate e il monitoraggio del paziente semplicemente sparisce. Una sanità con soli medici è come un esercito di soli generali: prestigioso, certo, ma incapace di presidiare il campo.
La fuga silenziosa.
Le conseguenze di questo disinteresse sono già sotto gli occhi di tutti. Migliaia di giovani professionisti stanno lasciando l’Italia per trasferirsi in Germania, Svizzera o nei paesi del Nord Europa, dove lo stipendio è raddoppiato e, soprattutto, dove il loro ruolo sociale è rispettato. Chi resta, spesso è vittima del burnout o sceglie di rifugiarsi nel settore privato, svuotando progressivamente il Servizio Sanitario Nazionale.
Ignorare le richieste di adeguamento salariale e di autonomia contrattuale per le professioni sanitarie non è solo un’ingiustizia verso questi lavoratori; è un autogol per la salute pubblica. Se non iniziamo a considerare ogni ingranaggio della macchina sanitaria come fondamentale, rischiamo che la macchina smetta di girare del tutto.
È tempo di passare dai ringraziamenti formali ai fatti. Perché una sanità che premia solo una parte del suo cuore pulsante è una sanità destinata a soffrire di aritmia.
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