Roma - Il Presidente Sergio Mattarella con Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI), alla cerimonia in occasione del centenario della giornata internazionale dell’infermiere, oggi 12 maggio 2026 (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
In un’epoca segnata da memorie fragili e nuove incertezze sanitarie, la voce del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è levata con una forza insolita e una chiarezza cristallina. In occasione della Giornata Internazionale dell’Infermiere, celebrata all’Auditorium Antonianum di Roma il 12 maggio 2026, il Capo dello Stato ha reso omaggio a quello che ha definito un “vero e proprio esercito del bene”.
Non si è trattato di un semplice discorso di circostanza, ma di una riflessione profonda che intreccia il valore eroico della professione infermieristica con le sfide politiche e sociali più urgenti del nostro tempo: dalla crisi mediorientale alla fuga dei cervelli, fino alla difesa del carattere universale del diritto alla salute.
Dall’inferno di Gaza alla memoria del Covid.
Il passaggio più toccante dell’intervento presidenziale ha riguardato il parallelo tra i diversi fronti su cui gli infermieri operano. Mattarella non ha avuto esitazioni nel definire “eroici” i gesti compiuti dai sanitari a Gaza, dove un sistema già precario è stato letteralmente demolito dal conflitto.
Questo richiamo all’attualità internazionale è servito da ponte per difendere la memoria storica nazionale. Con una nota di ferma severità, il Presidente ha stigmatizzato chi oggi tenta di derubricare la pandemia da Covid-19 a una “leggera influenza”.
“Un insulto ai defunti e ai sacrifici immani di chi era in prima linea”, ha sottolineato Mattarella, ricordando come proprio gli infermieri siano stati il baluardo di una nazione che rischiava il tracollo, pagando spesso con la vita il proprio spirito di servizio. Un monito quanto mai attuale, mentre lo spettro dell’Hantavirus torna a occupare le agende della sanità pubblica.
La piaga della fuga all’estero e la carenza di organico.
Accanto al riconoscimento morale, è emersa la cruda realtà dei numeri, evidenziata dalla presidente della FNOPI, Barbara Mangiacavalli. L’Italia soffre di una carenza cronica di infermieri, aggravata da un fenomeno che Mattarella definisce “un tema ineludibile”: la migrazione dei giovani professionisti verso l’estero.
I dati parlano chiaro: i nostri giovani, formati con eccellenza nelle università italiane, cercano altrove — nel Nord Europa o nei paesi del Golfo — quei riconoscimenti economici e contrattuali che l’Italia stenta a garantire.
- Investimento vs Perdita: formare un infermiere è un costo per lo Stato; vederlo partire è una perdita netta di capitale umano e sociale.
- Invecchiamento della popolazione: in un Paese demograficamente anziano, la figura dell’infermiere diventa il pilastro centrale della “cura di prossimità”.
Sanità e costituzione: no a un diritto “a macchia di leopardo”.
Il cuore politico del discorso ha toccato i cardini della nostra democrazia. Citando la lectio del giudice costituzionale Francesco Saverio Marini, Mattarella ha ribadito che la sanità non è un accessorio, ma il fondamento stesso della libertà dei cittadini.
Il punto più critico riguarda le disparità territoriali. Il Presidente ha espresso una ferma condanna verso ogni forma di “regionalismo differenziato” di fatto che possa creare cittadini di serie A e di serie B nell’accesso alle cure.
- Le aree interne: spesso dimenticate, queste zone dell’Italia soffrono di una desertificazione sanitaria che Mattarella giudica intollerabile.
- L’universalità: il diritto alla salute deve essere uguale per tutti, senza distinzioni di reddito, colore della pelle o geografia.
La cura come motore di civiltà.
L’intervento di Mattarella si chiude con un’esortazione che è quasi un manifesto etico: la cura dell’altro non può essere un evento eccezionale, ma deve essere la normalità della nostra convivenza civile. Gli infermieri non sono solo tecnici della salute, ma “protagonisti di diritti sanciti dalla Costituzione”, mediatori di una relazione umana che è l’unica vera medicina contro l’indifferenza e la frammentazione sociale.
In un 2026 che si interroga sul futuro del welfare, il messaggio dal Colle è inequivocabile: investire sugli infermieri significa investire sulla tenuta democratica del Paese. Senza di loro, l’ “esercito del bene” resta disarmato, e con esso, il diritto di ogni cittadino a essere assistito con dignità.
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