Negli ultimi giorni, i titoli sulla sanità italiana sembrano un bollettino di guerra. Da una parte i dati della Corte dei Conti che ci parlano di una “fuga” di massa degli infermieri (oltre 1.600 solo in Lombardia, centinaia in Veneto e Toscana) e di Case della Comunità che restano troppo spesso scatole vuote. Dall’altra, però, ci sono storie come quella di Serena Venturi, che ci ricordano perché, nonostante tutto, il nostro sistema sanitario poggia ancora su spalle solidissime.
Quel pomeriggio a San Donà di Piave
Immaginate la scena: è un pomeriggio qualunque a San Donà di Piave, davanti a una chiesa. Serena non è in corsia, non indossa la divisa del reparto di Cardiologia di Jesolo dove lavora. È lì come tante altre mamme, aspettando che il figlio finisca catechismo.
All’improvviso, la normalità si spezza. Un uomo si accascia a terra, colpito da un infarto. In quel momento, mentre la folla attorno si blocca per la paura e l’incertezza, Serena “attiva” quel radar che solo chi ha scelto questa professione possiede.
Non chiamatelo solo “istinto”
Non è stato solo istinto, è stata competenza pura. Mentre i dati nazionali ci dicono che i concorsi per l’emergenza-urgenza vanno deserti, Serena ha dimostrato sul campo quanto sia vitale avere professionisti preparati in ogni angolo del nostro territorio.
Senza esitazione, ha preso in mano la situazione: ha coordinato i presenti, ha iniziato il massaggio cardiaco e ha utilizzato il defibrillatore disponibile in zona. Pochi minuti, gesti precisi, sangue freddo. Quando l’ambulanza è arrivata, l’uomo era ancora vivo. Oggi è fuori pericolo.
Oltre i numeri: il valore dell’esempio
La Corte dei Conti ci avverte che il finanziamento della sanità rispetto al PIL scenderà al 5,8% nei prossimi anni. È un dato che preoccupa, certo. Ma la storia di Serena — premiata con il plauso dell’Ordine degli Infermieri di Venezia — ci dice qualcosa che i grafici non possono catturare: il valore del capitale umano.
Essere infermieri oggi in Italia è difficile. Lo dicono le dimissioni anticipate che colpiscono ogni regione, dall’Umbria (terra d’origine di Serena) al Veneto (dove vive e lavora). Eppure, la dedizione di chi resta è l’ultimo, vero baluardo a difesa della nostra salute.
Una lezione per tutti
Questa storia ci insegna due cose fondamentali:
- La formazione salva la vita: Sapere come usare un defibrillatore o fare un massaggio cardiaco non dovrebbe essere un’esclusiva dei professionisti, ma una cultura diffusa.
- Dobbiamo prenderci cura di chi ci cura: Se vogliamo che professionisti come Serena continuino a presidiare le nostre piazze e i nostri ospedali, il sistema deve tornare a investire su di loro, non solo sui mattoni delle nuove strutture.
Serena è tornata al suo lavoro in Cardiologia, probabilmente con la discrezione che la contraddistingue, ma il suo gesto resta lì a ricordarci che, dietro ogni statistica in calo, c’è un cuore che batte grazie a chi non ha smesso di crederci.
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