Nella vita si sogna e si spera, si vive e si prega, affinché il buon Dio guidi i nostri passi per non farci finire in un fosso. D’altro canto, la quotidianità si sviluppa secondo dinamiche differenti, trascurando valori e tradizioni consolidate per privilegiare una cultura legata all’evoluzione, al progresso e alla tecnologia. Sebbene tali elementi contribuiscano a migliorare le condizioni materiali, essi incidono profondamente sul nostro modo di essere, rendendoci eccessivamente statici e iperconnessi.
Un tempo lo spirito solidale era alla base della convivenza umana. Oggi, con l’avvento e la stratificazione della tecnologia, quelle relazioni sociali intrecciate di vita vissuta di decenni or sono scompare. Ora quel po’ di quotidianità condivisa è sempre più fugace, limitata al minimo anche all’interno della stessa famiglia. Il resto della vita scorre tra lavoro e impegni quotidiani; questo compromette sempre più le fondamenta della comunità e dei legami interpersonali, nonché la stessa esistenza umana. Senza dialogo vero non ci può essere vita. Negli ultimi anni, conquistare un’esistenza serena è diventata un’impresa titanica. Tra carenze sanitarie, insicurezza e fragilità economica, vivere dignitosamente è ormai un lusso. Il costo della vita sale senza sosta, mentre gli stipendi restano drammaticamente al palo: quei rari e minimi aumenti in busta paga vengono subito divorati dall’inflazione e dal caro carburante. Eppure, le istituzioni sembrano ignorare la gravità di questa crisi.
Lo dico da elettore che ha creduto nel cambiamento, riponendo grandi speranze nel primo Premier donna della nostra storia. Proprio per questo, sento il dovere di chiedervi conto. Cara Politica, On.le Giorgia Meloni, cari Governatori, cari Sindacati e care Istituzioni: vi metto davanti alla realtà dei fatti. Documenti alla mano, se serve.
Il bilancio familiare e la mannaia della salute
Per una famiglia che si è costruita da sola, senza l’aiuto di nessuno, alla fine del mese non resta quasi nulla. Tra la rata del mutuo, le spese di gestione dell’auto e una figlia all’università, le entrate evaporano. Se in questo equilibrio già precario si inserisce la fragilità della salute, si abbatte una vera e propria mannaia. Curarsi diventa un lusso insostenibile. Di fronte alle spese mediche, si è costretti a scegliere quale cura sacrificare. È il mio caso specifico: sono reduce da un infarto e, con l’avanzare dell’età, sarebbe doveroso poter pensare serenamente alla fisioterapia. Inizialmente, però, si opta per rinunciarvi, ma nel tempo il bisogno ritorna prepotentemente. Non riporto l’intero percorso clinico solo per non rivivere ricordi ed eventi che susciterebbero ancora più tristezza dinanzi a questa realtà italiana, ma soprattutto calabrese, caratterizzata da una sanità carente.
La critica alla classe politica locale e nazionale
Viviamo in una terra dove la politica regionale sembra spesso mossa da logiche di posizionamento e personalismi, piuttosto che dal bene comune. Questo scenario locale è lo specchio fedele di una sinistra nazionale e regionale ormai ridotta a macerie. Una forza politica non più capace di coalizzarsi per rispondere a quelle finalità ideologiche che da sempre sbandiera, ma che lascia a desiderare ovunque; in Parlamento, purtroppo, l’opposizione si dimostra totalmente incapace di incidere e di fare un vero contrasto alle scelte del governo.
Il moltiplicarsi delle poltrone
Si parla tanto di riforme, di snellire i costi della politica e di miglioramenti, ma l’assistenza sanitaria è sempre più inefficiente, mentre le poltrone aumentano. Non bastavano le aziende sanitarie e ospedaliere introdotte con la riforma 502/92; in molte regioni è nata persino l’Azienda Zero. Si sarebbe potuto evitare tutto questo responsabilizzando gli uffici apicali già esistenti, anziché introdurre nuovi organigrammi regionali che hanno l’unica funzione di moltiplicare le cariche e captare elettorato.
Il diritto negato alle cure essenziali e il calvario delle liste d’attesa
Ci si chiede allora se un lavoratore abbia ancora il diritto di accedere alle cure necessarie. Non si pretende l’impossibile, ma l’accesso a prestazioni essenziali come la fisioterapia deve essere garantito per tutelare la dignità umana. La realtà, purtroppo, si scontra con il calvario delle liste d’attesa: terminata la visita fisiatrica e ottenuta la prescrizione, si inserisce la prenotazione senza avere alcuna certezza sulla data di inizio delle cure. Questo vuoto intollerabile costringe a ripiegare sulla sanità privata; una scelta obbligata, sostenibile solo finché le risorse economiche lo consentono.
Un sistema senza cuore
Sorge quindi una domanda spontanea: perché, nonostante si discuta ampiamente di progressi, si riscontra una crescente carenza ovunque? Manca il cuore nell’anima di chi stringe le redini e dovrebbe traghettare questo sistema verso il futuro. Manca la determinazione in chi detiene la responsabilità: per ogni passo avanti che si dichiara di fare, se ne compiono tre indietro. Ormai la salute pubblica è subordinata esclusivamente a logiche economiche e di potere politico, che impongono le loro regole più rigide e crudeli: fare cassa e generare profitto a tutti i costi, in ogni ambito. Manca cuore e coscienza in coloro che dovrebbero capire che il lavoro deve permettere di potersi curare; invece no, appena riesci a sfamarti e a vivere dignitosamente, per poter tutelare la salute devi fare delle scelte e stabilire delle priorità, finché possibile. Dopodiché ci penserà il tempo a dettare legge, nella speranza che ci rimanga qualche pezzo di tessuto sano nel corpo, altrimenti vorrà dire che la vita è segnata verso la fine della propria esistenza terrena.
Rivolgo i miei auguri a Lei, On.le Meloni, e a tutti i Presidenti delle Regioni. Ad oggi, tuttavia, emerge la netta sensazione che vi sfugga la percezione della realtà di chi vive e lavora sul territorio. Anziché potenziare la sanità pubblica, le vostre scelte la stanno indirizzando verso un lento e inesorabile declino, soprattutto in Calabria. Questa è la realtà dei fatti, non una mia fantasia. Per questo tornano attuali i versi della celebre canzone “Eppure soffia” di Pierangelo Bertoli: “Non esiste un popolo padrone, non esiste ancora un popolo vincente, ma soltanto una massa di povera gente da umiliare e da rendere impotente.”
Emilio Cariati, infermiere
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