A poco più di un mese dalla scadenza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), la sanità territoriale italiana si trova davanti a un paradosso strutturale che rischia di compromettere l’intera riforma. Il Governo, attraverso un decreto legge emergenziale voluto dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, ha accelerato sull’arruolamento dei medici di famiglia per garantire l’operatività delle Case di comunità. Tuttavia, questa strategia sembra ignorare il pilastro fondamentale su cui queste strutture dovrebbero reggersi: il personale infermieristico.
Il cuore della riforma è senza battito.
Secondo il Dm 77 del 2022, l’infermiere di famiglia e di comunità dovrebbe essere il fulcro della continuità assistenziale, garantendo la presa in carico dei pazienti sette giorni su sette. Per rendere pienamente operative le Case di comunità, i dati Agenas stimano la necessità di almeno 20mila professionisti. Eppure, ad oggi, non è chiaro dove reperire queste figure, considerando che la carenza organica complessiva stimata dai sindacati supera le 100mila unità.
Professionisti in fuga: stipendi bassi e burnout.
In occasione della Giornata internazionale dell’infermiere, il quadro che emerge è quello di una categoria stremata. Un’indagine condotta dal sindacato Nursind evidenzia condizioni di lavoro critiche:
- Oltre il 76% degli infermieri lavora regolarmente oltre l’orario di turno per sopperire a carenze burocratiche e organizzative.
- Il 70,2% dichiara di sentirsi costantemente o spesso esausto dal punto di vista emotivo.
- L’80,2% lamenta una scarsa o nulla valorizzazione professionale da parte delle aziende sanitarie.
A questo si aggiunge un divario economico netto: un infermiere italiano guadagna in media il 20% in meno rispetto ai colleghi europei. Questa situazione alimenta una fuga verso l’estero che coinvolge circa 7mila professionisti ogni anno.
Il rischio di una “riforma edilizia”.
Il pericolo concreto è che il Pnrr si traduca in una mera riforma di “muri e ambulatori” senza il capitale umano necessario a farli funzionare. Persino la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) ha avvertito che basare le Case di comunità quasi esclusivamente sui medici rappresenterebbe il fallimento del presupposto originale di multidisciplinarità.
Senza un piano straordinario di assunzioni e un reale miglioramento delle condizioni salariali e lavorative, le Case di comunità rischiano di rimanere strutture deserte, rendendo vani i miliardi investiti per rafforzare la medicina territoriale.
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