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12 Gen 2026, Lun

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Il mio parto è stato molto diverso da come lo avevo immaginato. Tutto è stato estremamente medicalizzato, scandito da protocolli, da orari, da centimetri. Mi sono sentita più una paziente da monitorare che una donna che stava per dare alla luce suo figlio.

In quella sala parto non mi sono sentita vista. I miei bisogni, il mio corpo, le mie emozioni sembravano non avere spazio. Ricordo il rumore dei monitor, i camici che entravano e uscivano, i protocolli seguiti alla lettera… ma non ricordo nessuno che mi abbia chiesto davvero come stessi. Nessuno che mi abbia guardata negli occhi per dirmi: “Va tutto bene, sei tu che stai facendo nascere tuo figlio.”

Eppure, è da quella esperienza che è nata in me una convinzione profonda: voglio essere un’ostetrica diversa.

La mia missione: restituire alle donne il controllo sulle loro nascite

Da ostetrica e da donna, ho capito che la mia missione è questa: aiutare le donne a riprendersi il proprio parto. Perché la nascita non è solo un evento medico: è un momento sacro, potente, trasformativo.

L’ostetricia è una professione straordinaria. Non siamo solo professionisti sanitari: siamo custodi della vita che nasce, testimoni del cambiamento profondo che avviene in una donna quando mette al mondo suo figlio.

La medicina è importante, ma non basta

Credo profondamente nel valore della medicina e della sicurezza clinica. Ma sono anche convinta che la medicina non possa essere l’unica risposta. Le linee guida, per quanto preziose, non bastano da sole a sostenere una donna nel momento più vulnerabile e potente della sua vita.

Il modello assistenziale biomedico, così com’è oggi, non supporta la fisiologia: la ostacola. E troppo spesso noi ostetriche, anche in buona fede, ci troviamo ad assecondarlo, dimenticando l’essenza del nostro ruolo.

Vorrei un’altra ostetricia

Vorrei un’altra via.

Vorrei uno spazio in cui le ostetriche possano ritrovare strumenti, identità, libertà.

Vorrei rimettere al centro la nascita, la fisiologia, la competenza ostetrica.

Perché il vero problema non sono le ostetriche: è il modello in cui lavoriamo. Un modello frammentato, che ci insegna a gestire l’emergenza, ma non a sostenere il naturale. Che ci forma a indurre, ma non ad accompagnare. Che ci spiega come intervenire, ma non come osservare. Come interpretare ogni respiro, ogni silenzio, ogni movimento.

E così ci ritroviamo in una sala parto in cui siamo solo figure di passaggio.

In cui non si guarda la donna, non si ascolta il bambino, perché si! Quello è un bambino, non solo un feto come i medici freddamente lo chiamano.

In cui tutto è numeri, centimetri e tracciati.

Nel frattempo, ci sentiamo sempre meno ascoltate, meno libere, meno autonome.

Si può fare tutto questo?  Io credo di sì! 

Ma solo se torni ad ascoltare, con le mani e con l’anima.

Se impari di nuovo a fidarti del silenzio, a dare tempo alla vita, a riconoscere la forza che non fa rumore, ma muove il mondo.

Se torni ad essere presenza.

Quella che non invade, ma accoglie.

Quella che non forza, ma accompagna.

Quella che non ha bisogno di comandare, perché sa restare accanto.

Perché ogni nascita è una storia sacra e ogni donna merita qualcuno che la veda che le dica: “Hai tutto quello che ti serve. Io sono qui.”

Solo così possiamo ridare senso al nostro essere ostetriche.

Solo così possiamo rendere onore alla vita che nasce e a quella che, dentro di noi, rinasce ogni volta.

Eleonora Dioletta, Studentessa Ostetrica

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