Si continua a recitare stancamente lo stesso mantra, un disco rotto che risuona nei talk show e nei tavoli ministeriali: “Gli infermieri non ci sono“. È l’alibi perfetto per giustificare la desertificazione dei reparti, il collasso dell’emergenza-urgenza e il progressivo smantellamento del servizio sanitario pubblico. Ma la realtà è un’altra, nuda e cruda: i professionisti ci sono, formati, competenti e pronti a lavorare, ma rifiutano legittimamente di farsi sfruttare in un sistema che li umilia dal punto di vista economico, professionale e umano.
Il punto non è l’assenza di braccia o di teste, ma la totale assenza di lungimiranza politica. Se vogliamo davvero salvare la sanità italiana e fermare la fuga di massa verso il privato o verso l’estero, la soluzione esiste ed è drastica quanto inevitabile: azzerare gli attuali blocchi, stoppare la giungla dei concorsi locali e liberalizzare totalmente la mobilità dei professionisti.
Lasciamo che i colleghi vadano dove vogliono. Permettiamo loro di scegliere liberamente di trasferirsi nelle aziende sanitarie e nelle regioni che offrono condizioni degne di questo nome. Lasciamo che il mercato, finalmente ribaltato a favore dei lavoratori, costringa le aziende sanitarie a competere sul serio.
Vedrete che la musica cambierà all’istante, non appena le Regioni e le strutture sanitarie saranno obbligate a mettere sul piatto:
- Stipendi appropriati e in linea con il resto d’Europa, capaci di riconoscere la responsabilità e il rischio clinico.
- Vomere percorsi di carriera strutturati, clinici e manageriali, e non la palude del blocco delle progressioni.
- Benefit concreti e immediati, come buoni pasto reali e alloggi gratuiti o calmierati per chi si sposta da una regione all’altra.
Quando un infermiere guadagnerà quanto merita, vedrà riconosciuta la propria autonomia professionale e non dovrà scegliere tra pagare l’affitto e fare la spesa, la cosiddetta “crisi di vocazione” svanirà d’incanto. Le aule universitarie del Corso di Laurea in Infermieristica torneranno a riempirsi in massa, non di studenti rassegnati a un futuro di precariato e burnout, ma di giovani consapevoli di accedere a una professione finalmente attrattiva, rispettata e giustamente retribuita.
Continuare a tamponare l’emorragia con contratti a termine, gettonisti d’oro e chiamate dall’estero significa solo prolungare l’agonia di un malato grave. La cura è semplice: rispetto economico, libertà di movimento e dignità professionale. O si cambia rotta adesso, o la sanità pubblica italiana chiuderà per manifesta incompetenza di chi la governa.
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