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4 Dic 2025, Gio

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Di fronte alla carenza cronica di infermieri, in una struttura pugliese con 60 ospiti, sono gli Operatori Socio Sanitari a farsi carico di terapie salvavita. Un abuso di professione dettato dalla disperazione e dal risparmio aziendale.

C’è un confine sottile tra l’assistenza e l’abuso di professione, ma in molte RSA italiane questo confine è stato cancellato dalla logica del profitto e dalla carenza di personale.

La storia di Michela (nome di fantasia per tutelarne l’identità), una OSS che lavora in una struttura per anziani in Puglia, è un pugno nello stomaco che svela cosa accade davvero quando le porte si chiudono e i parenti tornano a casa.

“L’infermiera non c’è, tocca a noi”.

La realtà descritta da Michela è disarmante nella sua gravità. Nella sua struttura vivono 60 anziani, molti dei quali affetti da pluripatologie, diabete e non autosufficienza. I numeri richiederebbero una presenza infermieristica costante, H24.

La realtà? “L’infermiera è presente solo poche ore al mattino e poche ore al pomeriggio,” racconta Michela. “Non ha fisicamente il tempo di preparare e somministrare le terapie a tutti i 60 pazienti, figuriamoci gestire le urgenze o le somministrazioni serali e notturne.”

E qui scatta il cortocircuito. Quando l’infermiera timbra l’uscita, la salute dei pazienti resta nelle mani degli OSS.

L’insulina: un atto medico, non un gesto meccanico.

Il punto più critico della confessione riguarda la somministrazione dell’insulina. “Somministriamo regolarmente l’insulina della notte e quella al bisogno,” ammette l’operatrice.

È fondamentale chiarire un punto tecnico: l’iniezione di insulina non è una semplice puntura. È un atto che richiede una valutazione infermieristica: bisogna misurare la glicemia, interpretare il valore, conoscere il dosaggio corretto in base alla prescrizione medica e valutare le condizioni del paziente. Un errore nel dosaggio può portare a coma ipoglicemico o morte.

Un OSS, per quanto esperto e volenteroso, non ha né la formazione né il titolo legale per compiere questo atto. Si tratta, a tutti gli effetti, di abuso di professione infermieristica (Art. 348 del Codice Penale).

Il ricatto morale: “Come facciamo? Li lasciamo morire?”.

Michela e le sue colleghe sono perfettamente consapevoli di infrangere la legge. “Sappiamo di compiere un abuso,” confessa, “ma come facciamo? Se un paziente ha la glicemia alle stelle o deve fare la terapia salvavita e l’infermiere non c’è, cosa dovremmo fare? Lasciamo morire i nostri assistiti?”

È su questo ricatto morale che molte direzioni sanitarie fanno leva. La direzione della struttura, secondo quanto riportato, “vuole così” e “non assume infermieri a sufficienza”. Il risparmio sul costo del lavoro (un infermiere costa più di un OSS) viene scaricato sulle spalle degli operatori e, tragicamente, sulla sicurezza dei pazienti.

Una “malpractice” istituzionalizzata.

Quello che accade in questa RSA pugliese non è un caso isolato, ma la punta dell’iceberg di un sistema che scricchiola.

Risparmio Aziendale: Si coprono i turni con personale meno costoso (OSS) affidando loro mansioni superiori.

Rischio Clinico: I pazienti ricevono farmaci da personale non abilitato a valutare reazioni avverse o errori di dosaggio.

Rischio Legale: In caso di evento avverso o decesso, la responsabilità penale ricadrebbe sia sulla Direzione (per colpa in organizzazione) sia sulla singola OSS (per aver compiuto l’atto).

Intervenire prima che sia troppo tardi.

La confessione di Michela è un grido d’aiuto. Non si può chiedere a un operatore socio sanitario di scegliere tra il rispetto della legge e la sopravvivenza del paziente che ha di fronte.

È necessario che gli organi di controllo (NAS, ASL, Ispettorato del Lavoro) accendano un faro su queste realtà sommerse. Perché la dignità dei nostri anziani e la tutela dei lavoratori non possono essere sacrificate sull’altare del bilancio economico.

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